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giovedì 14 agosto 2014

Valorizzare ? (1) (2) e (3)


Questo è un piccolo, emblematico, caso italiano. Lungo le coste massacrate  di una bellissima, grande isola del Mediterraneo. Ma potrebbe benissimo essere lungo le coste del nostro magnifico lago. O sui rilievi collinari e montani prossimi e meno prossimi ad esso. O dentro la nostra amata, e in gran parte massacrata, cittadina.
 Il fenomeno procede indisturbato dalla scala locale a quella nazionale, a quella, ormai, mondiale. Da noi ha preso l’avvio nei fatidici anni 60-70 del novecento. Non a caso l’era del miracolo economico. In quello che una volta si chiamava " terzo mondo" un po’ più tardi, ma stanno recuperando molto bene il tempo perduto. Peccato che vivere nel brutto sia devastante. Non solo per l’anima del paesaggio ma per quella delle persone che ci vivono: noi.
 

 

Prima puntata    15 agosto 2014


C‘era una volta, non tantissimo tempo fa, una baia dalla bellezza sconvolgente. Da togliere il fiato. Molto ampia eppure protetta. Sulla costa meridionale di una grande isola del mediterraneo. Territorio della Repubblica Italiana. Affacciata al pieno mezzogiorno aveva il carattere inconfondibilmente solare che le coste affacciate a Nord non hanno e non potranno mai avere. Un semicerchio molto allungato, quasi un semiellisse, di sabbia finissima assolutamente bianca. Molto particolare. Al contatto della quale i piedi gioiscono. Nella parte occidentale la spiaggia, larga un centinaio di metri si interrompe ed incomincia una lussureggiante striscia di vegetazione. Pino d’Aleppo. Uno stupendo albero non molto alto ma poderoso, dal tronco ricoperto di grandi scaglie color grigio chiarissimo che ai bordi sfumano in un delicato ocra chiaro. Gli aghi disposti a ciuffetti sono di un tenerissimo verde. Il portamento è ad ombrello, ma abbastanza contorto. In particolare nella prima linea verso il mare dove alcuni quasi strisciano sulla sabbia offrendo ombra e nascondigli.
Alla estremità occidentale la baia si conclude con un capo, non molto alto, roccioso e ricoperto di macchia mediterranea. dove un piccolo fiume sfocia nel mare. E’ la parte protetta dal maestrale, qui a volte particolarmente robusto, che offre asilo al rado naviglio di passaggio. Sul lato orientale invece la spiaggia si trasforma gradualmente in una serie di rilievi sabbiosi modellati dal vento. Prima di modesta dimensione, poi sempre più pronunciati diventando vere e proprie grandi, bianchissime dune dalle forme superbe. Ricordano certe forme scultoree dell’arte moderna o meglio i corpi di bianche, immense balene arenatesi qui chissà quando e chissà perchè. Il silenzio è assoluto. Pochissimi visitatori spariscono nella immensità del luogo. Il vento nelle orecchie e lo stormire dei pini d’Aleppo, ora in lontananza. Qui la vegetazione si fa sempre più rada. Cespugli di ginepro e profumatissimo rosmarino. Poi più niente. Un Erg sahariano in miniatura. Ci si può divertire a salire e scendere per le dune a volte su pendii ripidissimi dove i nostri passi, faticosi in salita o velocissimi lungo vertiginose discese, trovano cedevole appoggio. Ogni tanto ci voltiamo a guardare ammirati le nostre tracce. Le uniche. Il mare è cristallino. Il fondo di sabbia bianca gli da quella trasparenza turchese tipica di più lontani paesaggi marini. Nulla, ma proprio nulla, da invidiare all’esotico Caribe.
Ma.
Ci troviamo, purtroppo e non per colpa nostra, a vivere in un meccanismo nel quale l’imperativo categorico numero uno è quello di procurarsi del denaro. Se possibile con mezzi leciti. Per esempio inventandosi un lavoro se non c’è. Magari "utile" nel senso che potremmo migliorare una situazione troppo naturale, troppo poco conosciuta, troppo poco sfruttata, offrendo una serie di servizi. Il luogo è incantevole, come abbiamo visto, e i requisiti ci sono tutti. Può e deve essere "valorizzato".
Bene.
Nel giro di pochi anni la stradina sterrata che conduceva alle quattro casette di pescatori-contadini affacciate sul capo ad occidente è stata trasformata in una ampia e comoda strada asfaltata. Al suo termine, abbattendo diversi ettari di pino d’Aleppo sono stati realizzati una serie di ampi e comodi parcheggi dotati di servizi vari dal fast-food ai gabinetti-loculo di rovente plastica. Sì perchè nella realizzazione di ettari di parcheggio non si è pensato di lasciare qualche albero, qua e la, a fare un po’ d’ombra. La spiaggia è stata data in concessione e sono stati installati una serie di "bagni", almeno cinque. Cinque distinti gruppi di ombrelloni. Allineati e coperti come senso geometrico richiede, con tanto di lettini di plastica sotto. Ogni "blocco"di ombrelloni di un colore diverso in pandan con il colore del lettino. A cominciare da occidente e procedendo verso oriente nell’ordine: bagno blu, bagno giallo, bagno rosso, bagno verde, bagno viola.
Duecentocinquanta ombrelloni circa per ciascun blocco per cinque uguale milleduecentocinquanta. Pur grande la spiaggia è divorata dagli ombrelloni. Ricordate il grazioso piccolo fiume che sfociava tranquillo sull’estremo lato occidentale a ridosso del capo roccioso? Dragato a dovuta profondità, ingabbiato in due tetri muraglioni di cemento per offrire comoda banchina di attracco al piccolo naviglio in transito e/o stanziale. Dulcis in fundo: vi ricordate le splendide dune di sabbia bianca dalle quali rotolavamo con grande gioia? Ci sono ancora, non le hanno spostate, per ora, ma nel bel mezzo è stata costruita, che ci crediate o no, una discoteca con tanto di strada per arrivarci in auto e comodo parcheggio assolato per parcheggiare. Provate ad indovinare come si chiama la discoteca? "Le dune".
Conclusione: un posto meraviglioso da strappare lacrime di gioia, praticamente distrutto.
Ma "valorizzato".
 
(Continua) 

SECONDA PUNTATA
all'inizio del mese di settembre dell'anno 2014


"Ma sapete che siete dei bei tipi!!?? Allora secondo voi bisognerebbe lasciare tutto così com’è. Abbandonato. Niente darsi da fare. Niente miglioramenti. Niente servizi al turista. Niente strade. Niente gabinetti.... - certo però che qualche albero per fare un po’ di ombra potevano lasciarlo; bah, forse si sono dimenticati o non ci hanno neppur pensato, .....bah -..... Ma soprattutto e prima di tutto niente LAVORO. Niente LAVORO! Lo ripeto. Ma vi rendete conto o no della quantità di lavoro che le valorizzazioni comportano? Prima per costruire un sacco di cose. Stradaioli, muratori, falegnami, boscaioli, elettricisti, fabbri e via discorrendo. Poi, a lavori conclusi, una infinità di gente in auto si riversa in luoghi fino a poco tempo prima quasi sconosciuti a spendere una fracca di soldi. Dal lettino con ombrellone in tinta, al gabinetto, al pedalò, al gelato, passando per il ristorante, il caffè, il bar, il parcheggiatore autorizzato con tanto di visiera e blocchetto ricevute, per non parlare di visti, licenze, permessi, burocraziavaria riscossione di tasse e tributi per le esangui casse pubbliche e tanto, tanto altro che tutto questo si porta dietro. Insomma Lavoro e Soldi per una fracca di persone altrimenti disoccupate! Ma vi rendete conto!!!!!!! Ma voi, per caso siete, contro il lavoro e per la disoccupazione???????

Hei Zorro cerchiamo di restare calmi! Esaminiamo la questione con pacatezza ed in modo approfondito.
Il tuo ragionamento sembra ineccepibile. Ma attenzione alle trappole!
Noi pensiamo che sia un ragionamento poco lungimirante. E cerchiamo di spiegarti il perchè. Se è vero, come è vero, che "valorizzare" in questa maniera porta indubbiamente, nei tempi brevi, una fracca di denaro ad una fracca di persone, ci ritroveremo, nei giro di un po’ di anni, non molti, a constatare una drastica diminuzione del giro d’affari. E perchè? Perchè proprio la "valorizzazione" ha fatto perdere completamente al posto tutta la sua magia. Ha distrutto il potere di attrazione o, se preferisci, l’attrattiva del posto. Dopo il breve boom iniziale la gente incomincerà a frequentarlo di meno. E sempre meno con il passare del tempo. Alla ricerca di posti più attrattivi. E ci ritroveremo come quello che ha preso una fava con due piccioni. Pochi soldi e attrattiva distrutta. Magrissimo affare. Ma bisogna avere la vista un poco più lunga.
Ti sentiamo già obiettare che con la magia e l’attrattiva "un se magna". E questo è vero. Ma solo per chi la vista ce l’ha corta. Molto corta, permetticelo, come te. Poi, quando dopo le ubriacature e le euforie arrivano puntuali i guai, piagnucoliamo senza più sapere a che santo votarci. Poi, non negarlo, non sappiamo che pesci pigliare quando assistiamo impotenti alla devastazione paesaggistica, psicologica e morale da una parte, e al blocco della crescita economica dall’altra. Due fave con un piccione. Ottimo risultato.

Abbiamo altre possibilita? Noi pensiamo di sì ma dobbiamo prima di tutto immaginarle. Con un’altra testa. . Esempio a seguire.
Il posto resta sostanzialmente quello che è: naturale.Viene pubblicizzato (lavoro) a dovere, per questa sua preziosa, attrattiva, magica caratteritica che tale deve rimanere e che si vuole rimanga. Una preziosa oasi di bellezza e di pace nel compulsivo frastuono della "modernità". Chi ci vuole arrivare deve lasciare l’auto e recarvicisi o a piedi o in bicicletta a noleggio (lavoro) o con navetta elettrica (lavoro). Niente di niente per quanto riguarda cosiddetti "servizi" vari. Acqua, panino, ascigamano e crema solare nello zainetto. Occhiali da sole e berrettino bianco con visiera già calzati. Lo stesso per il costume da bagno. Discreto punto di approvvigionamento all'ingresso per rifornirsi di questi indispensabili strumenti, zainetto compreso (lavoro). L’area potrebbe essere servita solo da discreti cestini per i rifiuti in materiale congruo (lavoro). Magari raccolta differenziata. Con efficientissimo servizio di smaltimento a riciclare (lavoro). Molto personale addetto alla pulizia del luogo. Spiaggia, boschi e tutto. Non solo nel senso di raccogliere cartacce, lattine, bottigliette di plastica e gli immancabili enormi quantitativi di fazzolettini di carta, ma nel senso più ampio di tenere il posto come un prezioso giardino ben ordinato. Ma lasciato assolutamente naturale così come madre natura lo vuole. Anzi, migliorando l’opera un tantino selvaggia della natura Solo abbattimento degli alberi morti e raccolta delle ramaglie. Magari piantumazione di giovani alberelli in sostituzione di quelli deceduti (moltissimo lavoro). Il naviglio di passaggio ha infinite possibilità di dare fondo in rada ("gettare" l’ancora).
Quello stanziale si trova un altro posto per ormeggiare in permanenza. Guardie ecologiche e/o accompagnatori sono a disposizione per illustrare storia, geografia, biologia marina e terrestre (lavoro). E per i gabinetti? ci dirai tu. Qui la nostra idea è veramente, audacemente, innovativa. Ai visitatori, rigorosamente a numero chiuso, diciamo non più di cento al giorno (questo, tra l’altro, fa salire alle stelle il "richiamo"), viene fatto omaggio di una graziosa e robusta paletta metallica reclinabile (lavoro), che verrà conservata per altre occasioni, con la quale verranno rigorosamente auto-interrate le eventuali bisogna dei visitatori. Su precise ed esplicite istruzionitecniche da parte degli accompagnatori. Come scrupolosamente ed ecologicamente fanno i gatti senza che nessuno glielo abbia mai insegnato. La cosa è favoritissima dal terreno estremamente soffice.
Come si vede il lavoro non mancherebbe. Solo che sarebbe un altro tipo di lavoro. Sicuramente con un’altra finalità da quella di portare a casa soldi costi quello che costi. Ma che alla lunga pagherebbe di più dell’altro anche in soldoni. E soldini. Moneta insomma.Si badi bene, potremmo ancora essere in Economia di Mercato. Semplicemente intelligente anzichè stupida. Ammesso e non concesso che l’Economia di Mercato in quanto Sistema possa mai essere intelligente. Le quotazioni del posto salirebbero alle stelle. Bisognerebbe prenotarsi con anni di anticipo. Il che farebbe fiorire una vera economia locale a sfondo culturale-ambientale. Insomma si tratterebbe di una vera valorizzazione. Vuoi del posto in quanto tale vuoi di tutto il circondario.
Ma, visto che l’immaginazione non costa niente ed è per sua natura senza limiti, potremmo disegnare scenari ancora più spinti e sconvolgenti. Ma, per questa estate, fermiamoci qui.  Lo faremo durante la prossima, quella del 2015. Se, come è prevedibile, la situazione economica italiana, nonchè globale, dovesse disgraziatamente peggiorare. Nel frattempo, con tutta la deferenza possibile, ti proponiamo di meditare.

Tuo affezionatissimo GRUV

(continua nell'estate 2015)


se vuoi comunicare con noi l'indirizzo è pensieridizorro@gmail.com


Terza puntata
Prima metà di settembre dell'anno 2014




Hei GRUV! Lo sapete che dopo aver letto i vostri post sul "valorizzaredistruggendo" ho scovato un documento strordinario: uno spot promozionale dell'Italsider di Taranto (ora Ilva) del 1959 che descrive come viene realizzato uno dei piu' grandi stabilimenti siderurgici d'Europa. E' una sceneggiatura con tanto di descrizione delle scene e voci fuori campo di quello che sara' poi il filmato.
Non so' perchè ma mi ricorda una vicenda simile che ha come protagonista la Montefibre di Verbania, piu' o meno stessi anni piu' o meno stessa fine, con tanto di processi per tumori provocati ai lavoratori e tanto di distruzione del paesaggio e dell'ambiente....! E le rovine ancora li' da vedere!
Buona lettura dal vostro affezionatissimo Zorro

Silenzio
"Lunga fila di pecore, belati, rintocchi dei campanacci che portano al collo.
Un pastore le guida con ampi gesti del braccio che impugna un bastone.
Un'altro pastore solleva faticosamente a mano un secchio d'acqua da un pozzo e lo versa nell'abbeveratoio attorno a cui le pecore si assiepano.Una locomotiva a vapore con due vagoni corre lungo la costa.
Sullo sfondo il mare.
Voce fuori campo
"Pecore, ulivi, terra arsa da cui affiora la candida roccia. In fondo il mare, un mare caldo, intenso. Questi i protagonisti di una storia millenaria il cui ritmo sembra scandito dalle eguali monotone arcate dell'acquedotto medievale che correva verso i colli della Puglia ionica e che oggi è testimone di un'età perduta".
Silenzio
Lenta carrellata sul profilo di una città bianca sullo sfondo. Lontani rintocchi di campane. La città finisce e la carrellata prosegue lenta sulla campagna, poi su un uliveto.
Silenzio
Grandi ulivi in primo piano e in primissimo piano un maestoso ulivo secolare.
Voce fuori campo
"Un mondo sonnolento, un destino umano che ha sempre avuto un nome solo: poverta'. Ma improvvisa una forza nuova. La macchina "Una ruspa abbatte l'ulivo secolare come fosse un fuscello."Ulivi secolari cadono come burattini di legno". Ne abbatte un'altro spingendo con la benna sul tronco. Primo piano sulla potenza meccanica della ruspa che avanza. "Cadono a pezzi le vecchie e bianche case dei contadini e dei pastori "Una ruspa cingolata piu' grande e piu' potente di un carroarmato sbriciola una masseria. La piccola torre del suo camino crolla e si frantuma sulle macerie. Carrellata su una distesa di macerie livellate.
"Le macchine hanno fatto il vuoto. Le mine compiranno l'opera".
Carellata su gruppi di operai con l'elmetto che con le perforatrici trapanano il suolo come fosse burro, collocano mine nei fori, le accendono e si allontanano di corsa. Raffiche di esposioni inquadrate da piu' punti di vista sollevano colonne di terra e proiettano massi in aria. Un reportage di guerra. Una ruspa con una benna gigantesca solleva enormi cumuli di terra e massi caricandoli su grandi camion. Compressori schiacciano il terreno sotto i loro rulli di ferro.
Voce fuori campo
"Non resta che un'immensa platea senza piu' ombre e segreti. Senza piu' canto del vento. I nuovi protagonisti: geometri, sterratori, muratori, carpentieri (....).  Dal suolo sorge una nuova, inattesa vegetazione. Grandi alberi d'acciaio piantati su cubi di sassi si vanno allineando in geometriche prospettive(...)
E' il primo passo verso una trasformazione profonda, che giungera' a mutare sostanzialmente il volto e la vita del mezzogiorno, del mezzogiorno agricolo, del mezzogiorno povero, del mezzogiorno fermo da troppi secoli all'avara civiltà dell'ulivo".

                                                                      
Dall'Archivio "Cinematografia Industriale" 1959
Tratto da "Sono io che non capisco" di M. Pallante
Edizioni MdF



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martedì 29 luglio 2014

Che pesci pigliare?



Settima ed ultima puntata della serie "Manca lavoro??" lunedi 28 luglio 2014

Per la serie completa vai al 2013

Accidenti! Se ne è passato del tempo! Direbbe il nostro impagabile Zorro. Forse abbiamo fatto aspettare un po’ troppo i nostri pochi (ma solo per ora) lettori. Il fatto è che ci siamo lasciati andare al vortice delle molte idee che quotidianamente mulinano nei nostri cervelli. Chissà da dove diavolo vengono! Rimediamo subito cercando di concludere, con questa settima puntata, il lunghissimo post "Manca lavoro??", con il quale è iniziata, circa un anno orsono, la nostra divertentissima (almeno per noi) "fatica".
Come abbiamo visto nel dettagliato esempio della "Acquacoltura Estensiva Lago Maggiore" la formula classica "libera iniziativa imprenditoriale privata uguale lavoro" è decisamente antiquata. In generale e in particolare. Assolutamente non all’altezza delle finalità sociali e culturali che una vera economia (cura della casa) dovrebbe, e forse perfino potrebbe, avere oggi come oggi. Non pensiamo proprio che si possa uscire dalla perdurante cosiddetta "crisi" con il modello economico che l’ha determinata. Questione lapalissiana eppure pervicacemente rimossa. Quello che stiamo cercando di fare in questo post, ma anche nell’intero blog, è proprio il tentativo di delineare i pilastri fondativi di un modello socio-economico nonchè antropologico-culturale, completamente diverso da quello attuale che possa garantire vera prosperità, vera pace, autentico benessere -che dovrà significare Essere Bene-, per le future generazioni. A cominciare dalla scala locale per finire, dopo tutti i passaggi intermedi, a quella planetaria. Proposte letteralmente dell’altromondo appunto! Siamo dell’idea che traguardi di questa natura e portata non possano essere conseguiti con un modello economico,come quello attuale, che pone alla base di tutto la remunerazione (sacrosanta di per sè ed in quanto tale) di capitale privato, "liberamente" investito in "libere" attività imprenditoriali private. Il famoso profitto d’impresa insomma. Nè, a maggior ragione, da economie centralmente ed autoritariamente pianificate. E allora? L’alternativa ad entambi i superatissimi modelli potrebbe essere quella che abbiamo tentato di delineare nella puntate precedenti. Vale dire un modello nel quale l’economia venga messa al servizio della realizzazione di un Progetto Esistenziale. Che cosa questo di preciso significhi sarà oggetto di una prossimoa serie di post. Basti qui accennare che per ProgettoEsistenzile intendiamo Progetto di Vita. Quale. Come. In funzione di quali obiettivi. Umani prima di ogni altra cosa. Dopo lo storico fallimento del Libero Mercato e del Socialismo Reale questa potrebbe essere, ci pare, una buona idea. Progetto Esistenziale elaborato (gli strumenti ci sono) in modo veramente democratico. Vale a dire con la partecipzione creativa di tutti i cittadini interessati ed a cominciare dalla dimensione locale. Rispetto a questo progetto esistenziale che sarà ad un tempo culturale, motivazionale, sociale, economico, politico e......filosofico, l’economia intesa in primo luogo come "forza produttiva reale", dovrà porsi quale strumento di realizzazione. Dove le quantità ed il tipo di prodotti da produrre verranno stabiliti democraticamente dalle Comunità in funzione del progetto esitenziale elaborato. L’esatto contrario di quanto è avvenuto ed avviene tuttora. Il concetto è semplicissimo. Il fatto che desta stupore è che si sia così restii a parlare di una cosa talmente importante. Dalla quale dipendono sia il fatto che siamo messi malissimo oggi e qui, sia il fatto che senza affrontare questo nodo non possiamo ragionevolmente pensare di venir fuori dalla terza "empasse" epocale del modello socio-economico nel quale viviamo (vedi il post "La Storia .......può insegnarci qualcosa?")
In pratica ed a partire dal livello locale gli indirizzi potrebbero essere quelli tratteggiati nella precedente puntata. Persino l’articolo 41 della Costituzione della Repubblica Italiana così recita:

Costituzione della Repubblica Italiana. Articolo 41.
"L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali." (grassetto e sottolineatura nostri)

Come si vede basterebbe applicare, ma veramente, il concetto previsto dalla nostra avanzatissima Carta.
Chiaramente andranno dettagliati tempi modalità e strumenti perchè il bel principio possa concretizzarsi veramente. Ed è quello che noi stiamo cercando di fare con i post del nostro blog. Se poi un modello di questo tipo possa mai andare d’accordo con quello attualmente in vigore, a questo punto nel mondo intero, resta la cruciale questione strategica. Aperta, apertissima ancorchè occulta ed occultata.
Evidentemente il progetto "Acquacoltura estensiva Lago Maggiore" voleva, e vuole, essere un esempio tra i moltissimi che si potrebbero fare. Vi ricordate il volantino che abbiamo trovato appallottolato in un cestino dei rifiuti. Andate a rivedervelo (prima puntata). Ognuno dei punti contenuti nel volantino potrebbe costituire un tassello di un grande progetto di rinascita locale. E non solo locale. E non solo economica. Insieme a molti altri progetti che agli ignoti estensori non sono venuti in mente. E che noi, insieme a voi, potremmo aggiungere. Ognuno di essi andrebbe evidentemente sviluppato e dettagliato. Come abbiamo cercato di fare con il progetto "Pesci". Ve la sentite?
Un’ultima cruciale questione: con quali soldi?
Ci viene voglia di dire che di soldi ce ne sono e quando si vuole si trovano. Se si trovano, e si trovano, per certe cose non si vede -o meglio si vede benissimo!- perchè non si dovrebbe trovarli per altre.
Ma ci sono argomenti e proposte molto più interessanti.
Siamo plagiati dalla cultura "mercatista". Quando parliamo degl ingenti investimenti necessari alla creazione di un processo produttivo, i soldi, essa ci induce a pensare che si tratti solo e semplicemente di denaro. E ci fa dimenticare che l’investimento in denaro rappresenta semplicemente l’equivalente monetario di ben altro e di ben più importante Vale a dire risorse naturali. Petrolio, aria, acqua, fotosintesi clorofilliana, vegetali, animali terrestri e marini, sole, terra, metalli, legno, pietra, minerali dei piu svariati tipi, capacità lavorativa e molto, molto altro.

Vediamo un po’. Per realizzare qualsivoglia progetto sono necessarie sostanzialmente tre cose che, nella nostra odierna situazione, non si possono reperire senza pagamento in denaro. Attrezzature di vario tipo e genere. Materiali di vario tipo e genere. Attività umana, che oggi viene chiamata lavoro . E se provassimo ad immaginare qualcosa di diverso? Senza che ci sia bisogno il denaro? Il famoso pagamento "in natura" per esempio. Perchè no? Vi ricordate il buon Renzo che brandiva due bei capponi capovolti agguantati per le zampe? Anche qui assolutamente niente di nuovo. Le Ditte che fabbricano reti da pesca forniranno ai cittadini lacustri impegnati nel progetto ottime reti da pesca per la pesca. I cittadini non pagheranno. Il valore equivalente, in moneta o denaro, verrà detratto alle medesime Ditte fornitrici dal pagamento delle tasse allo Stato Centrale. Che al contempo si troverà sgravato da una infinità di incombenze fiscal-burocratiche. Molti piccioni con una fava! Non ultimo quello di sapere con certezza dove come e perchè vanno a finire le risorse disponibili del Paese! Vi pare poco?
Insomma le Ditte produttrici di attrezzature necessarie alla realizzazione di progetti pagheranno parte delle loro tasse "in natura" fornendo gratuitamente alla comunità locale attrezzature e materiali per la realizzazione del progetto.. Lo stesso dicasi per le Ditte fornitrici di barche, di apparecchiature per il trattamento e la conservazione del pescato e/o per il ripopolamento ittico. O di qualsiasi altra cosa. E così e così via.
E i lavoratori creativi? Con quali soldi li paghiamo? Una parte consistente del loro salario potrebbe essere corrisposto con lo stesso identico criterio. Vale a dire "in natura". Pasta, uova, olio, pomodori pelati e....capponi. Forniti gratuitamente da Ditte del campo alimentare tramite il meccanismo descritto della fiscalità "in natura". Ma una parte soltanto, sia ben chiaro. Il rimanente con denaro pubblico "sottratto" alla evasione fiscale, alle corruttele e, per finire, alla rendita finanziaria. Oltre che, evidentemente con il denaro ricavato dalla vendita del pesce fresco o conservato. Se si decide di venderlo ricavando denaro. Il prezzo potrebbe essere di mercato oppure "politico" al fine di incentivare il consumo di buon pesce nostrano. Ma potremmo anche immaginare di uscire definitivamente dalla logica della economia di mercato facendolo pagare....nulla. Regalandolo, insomma. In questo caso il consumo di buon pesce nostrano sarebbe più che incentivato! Vedete quindi che se e quando si vuole si può. O meglio si potrebbe.
E con questo, carissimo romantico impagabile eroe, pensiamo di aver risposto anche all’ultima spinosissima domanda delle ben 6 (sei) che cia hai posto. Giustamente. La nostra interlocuzione si rivela, ogni giorno che passa, sempre più stimolante. Grazie.

Un’ultima riflessione dobbiamo ai nostri lettori, come promesso, sul fenomeno dei filetti surgelati di pangasio che pur arrivando in aereo dai lontanissimi lidi vietnamiti sono in grado di fare una spietata concorrenza ad ogni altro tipo di pesce, surgelato o no, di origine più o meno nostrana e non nostrana. Provate a studiare con impegno sulle -e tra- le righe del post recentemente pubblicato "La fisica e....il fare soldi" e troverete la soluzione del rebus.
In ogni caso non mancherà l’occasione di ritornare sull’argomento del perchè e come mai le moltitudini pagano, e pagheranno, costi altissimi per consentire a qualcuno di commercializzare, per brevi periodi, prodotti a prezzi che sembrano stracciati o stracciatissimi.

Un cordialissimo saluto al nostro romantico ed impagabile eroe oltre che, ovviamente, ai nostri pochi ma affezionati lettori

Gruppo di Resistenza Umana di Verbania
(fine)
 
Se vuoi comunicare con noi l'indirizzo è  pensieridizorro@gmail.com
 
 

sabato 26 luglio 2014

POSTAPPOST


Un post apposta dedicato alla posta.
Lettori! Coraggio! Fatevi sotto!


2              8 agosto 2014


Anonimo 1     30 luglio 2014


"...con denaro pubblico "sottratto" alla evasione fiscale, alle corruttele e, per finire, alla rendita finanziaria...". Ecco, carissimi GRUV, una caduta nel torbido realismo mi suggerisce almeno una questione: che le brutture su citate e sommessamente inserite quasi sul finire del vostro testo, non siano in realtà premesse necessarie a un modello socio-economico come quello che voi proponete?! E se fosse, che premesse! Tutt’altro che facili alla pratica! Perché metterei la risoluzione di quei "problemucci" in cima alla lista anziché sul finire? Perché non son riuscito a leggere nel testo, dove lo Stato (o chi per esso) caverebbe le risorse, l’attività umana e via dicendo per offrire sanità, istruzione e quei "servizi" fondamentali in qualsivoglia "regime democratico". Ancor più faticherebbe a farlo se le sue tasche venissero un poco più svuotate della fiscalità che le imprese pagherebbero "in natura". A meno che, fossero al contempo riempite da quanto ora è evaso, da quanto finisce nelle tasche dei corrotti e da quanto viene "virtualizzato"nella speculazione finanziaria. Ecco , l’idea di un "modello Altro" che allenti le cime della dipendenza statalista e metta sotto la luce diretta del sole i frutti del sudore dei cittadini, oltre che romantica, la trovo attraente e almeno in linea teorica, possibile. Ma non al prezzo di rinunciare a quel poco che continua, a fatica, a remare verso il nobile principio dell’eguaglianza. Sicuramente non ho saputo ben leggere o mi sarò perso tra le righe, spero in un vostro gentile e creativo chiarimento!

 
 
Anonimo 2     02 agosto 2014


Cari amici del GRUV,.certo qui piu’ che pesci c’è tanta carne(al fuoco),ma il tema è di quelli che fan tremare i polsi:economia globale,abolizione del denaro,progetto esistenziale,scambio di cose e beni al posto di pagamenti in denaro.....
Non è facile ma,come dite,la questione non puo’ essere continuamente occultata,quindi bisogna almeno tentare di trovare proposte che vadano oltre i modelli finora sperimentati che hanno dimostrato tutta la loro inefficacia disastrosa.
Trovo il passaggio dove si propone lo scambio di beni materiali al posto del denaro difficile da comprendere:primo perche’ ritengo che il denaro se gestito e utilizzato appunto per un "progetto esistenziale"anche collettivo, possa agevolare gli scambi(in fondo è stato inventato per questo no?).Secondo:sgravi fiscali al posto di pagamenti in denaro? va bene ma la fiscalita’ è solo una parte del valore complessivo di un bene prodotto ,e il resto come si paga?E se una ditta che produce reti da pesca non è interessata ad avere in cambio pesci del lago,come la mettiamo? non so’ a me si ingarbugliano le idee,forse voi le avete piu’ chiare e potete illuminarmi.


 
Ben due commenti nella sezione commenti relativa all’ultimo post pubblicato "Che pesci pigliare?", settima ed ultima puntata della serie "Manca lavoro??".
 
Prima di tutto vivissimi ringraziamenti ai nostri due lettori per aver finalmente rotto il ghiaccio. Speriamo che molti altri ne seguano l’esempio. Su questo come su altri argomenti. Ci picerebbe che, a partire dalle tesi provocatorie, ma di solido fondamento concettuale e storico che cerchiamo di "portare avanti" con questo nostro blog, si sviluppasse un grandioso e serio dibattito, fuori dagli schemi, sui fondamentali con i quali ci troviamo a doverci misurare oggi e qui. Nei tempi abbastanza bui che stiamo vivendo. Siamo profondamente convinti del fatto che sia indispensabile impostare un nuovo e diverso modo di ragionare. Prima diogni altra cosa. Se vogliamo avere un futuro. Umano. E ciò può venire soltanto da un lungo lavoro di elaborazione su contenuti e da un continuo confronto intorno ad essi. Allargato ad un sempre maggiore numero di cittadini. Ma con certe caratteristiche. E qui veniamo ad una precisazione relativa al metodo. Abbiamo delle idee e sosteniamo delle tesi. Questo non significa che abbiamo "la verità in tasca". Semplicemente, a partire dalla osservazione critica di quello che ci circonda, cerhiamo di sviluppare ragionamenti plausibili. Da definire meglio, da arricchire, da approfondire. Cercheremo di dare tutti i chiarimenti che saremo in grado di dare su cosa intendiamo dire quando diciamo qualcosa. Ma invitiamo i nostri lettori a porsi creativamente. Nel senso di una collaborazione paritaria per la migliore definizione possibile di contenuti. Insomma ci vanno benissimo perplessità e domande ma il nostro sogno è quello di avere una quantità di collaboratori creativi con i quali, condividendo l’impostazione di base, lavorare insieme.
Ed ora alcune precisazioni circa le giuste perplessità dei nostri due lettori. A partire da un chiarimento su cosa intendiamo con l’espressione "fiscalità in natura" (Vedasi post "Che pesci pigliare?" settima ed ultima puntata della serie "Manca lavoro??"). Il concetto è centrale e forse tutte le altre questioni ne dipendono. Quindi partiamo da qui. Ma dobbiamo fare un passo indietro.
Una grande idea progettuale come quella che abbiamo cercato di descrivere (Acqucoltura estensiva Lago Maggiore) per creare vero e buon lavoro (non semplicemente posti di lavoro) è per sua natura (dimensioni, qualità, finalità) non appetibile per privati investitori alla ricerca di ritorno monetario purchessia ed in tempi brevi o brevissimi. Essa possiede tutte le caratteristiche di un grande intervento a carattere pubblico. Meglio: comunitario. Ma, di fronte a proposte del genere, scattano immediatamente due stroncanti obiezioni:

Prima obiezione.
Progetto bellissimo ma utopistico. Gli Enti Locali non dispongono dei quattrini per l’ordinaria amministrazione figurarsi se possono investire in progetti del genere.

Seconda obiezione.
Ammesso, e non concesso, che ci fossero i quattrini da investire sarebbe una impresa in perdita.
Chiuso l’argomento. Prendi e porta a casa.

Le due questioni sono leggermente diverse ma accomunabili sotto il titolo "Limiti invalicabili del pensiero monetarista". Vale a dire quel tipo di pensiero per il quale qualsiasi problema economico si esaurisce nella dimensione monetaria (i quattrini) del medesimo. Occupiamoci, per ora solo della prima obiezione. Quella relativa al fatto che di soldi pubblici non ce ne sono. Noi abbiamo cercato di fare un altro tipo di ragionamento. Vale a dire vediamo se non essendoci i quattrini, possiamo per caso............farne a meno. Se non proprio del tutto almeno in parte. Può sembrare fuori di melone. Ma sembra soltanto a noi oggi e qui. Appunto perchè abbiamo sul groppone, e nella zucca, qualche secolo di monetarismo spinto assurto a Sistema Globale Unico. Perlomeno così a noi sembra. Non vorremmo risultare categorici.

Per gli investimenti in materiali ed attrezzature necessari alla realizazione di grandiosi progetti di salvaguardia ed utilizzo produttivo di risorse locali abbiamo pensato al meccanismo della "fiscalità in natura" appunto. Vediamo come, e se, potrebbe funzionare.

Il meccanismo della fiscalità in denaro, attualmente in vigore, prevede che la premiata Ditta "Attrezzature per la Pesca Professionale ed Affini" (APPA) versi ogni anno allo Stato Centrale una somma di denaro, chiamata tasse, in funzione del proprio volume d’affari. Lo Stato Centrale impiega questo denaro per pagare Servizi Pubblici di vario tipo necessari alla cittadinanza. E.....altro. In ogni caso non bastano. Ma lasciamo perdere.

Il meccanismo della fiscalità in natura, da noi ipotizzato, potrebbe affiancarsi, in parte ed in casi specifici, a quello in denaro di cui sopra.
La premiata Ditta APPA fornisce direttamente e gratuitamente alla Comunità Lacustre impegnata nel grandioso progetto "Acquacoltura estensiva" parte delle attrezzature necessarie. O anche tutte. Per un corrispondente valore in denaro di, poniamo, X euro. La premiata Ditta che avrebbe dovuto pagare tasse allo Stato Centrale per un importo di, poniamo Y euro, pagherà tasse, sempre allo Stato Centrale per un importo di

Y euro (denaro che avrebbe dovuto versare in tasse)
meno

X euro (valore delle attrezzature fornite direttamente e "gratuitamente" alla Comunità Lacustre),
uguale

Z euro (tasse da pagare in denaro allo Stato Centrale. Che continuerà a svolgere la propria indispensabile Funzione Pubblica ma utilizzando meccanismi in parte -per ora-diversi).

E’ più chiaro così?

Non si tratta quindi di non agire per arginare le corruttele, l’evasione fiscale o la rendita finanziaria parssitaria, nè di ridurre il gettito fiscale allo Stato Centrale (primo lettore), nè tantomeno di un baratto tra pesci ed attrezzature per la pesca (secondo lettore).
Partendo da questi semplicissimi concetti che derivano non dalla nostra genialità ma dalla elementare applicazione di ragionamenti fuori dalla logica monetaristica di cui sopra potremmo, ci pare, prendere moltissimi piccioni con una fava. Inoltre molti altri dubbi sollevati giustamente dai nostri due coraggiosi lettori dovrebbero trovare risposta.

Proposta 1
Facciamo questo lavoro insieme. Fateci pervenire testi. A noi il compito di riassumere e sintetizzare.

Proposta 2
Stendiamo insieme un elenco articolato della quantità e qualità di piccioni che potremmo prendere con l’applicazione parziale (per ora) di un meccanismo del genere. Vale a dire delle moltissime implicazioni di ordine economico, sociale, politico, di costume, morali, culturali e persino....filosofiche che l’applicazione di un concetto del genere si porterebbe inevitabilmente dietro. Insomma una sorta di costruttiva, pacifica rivoluzione. Che a qualcuno piacerebbe per niente. Proviamo ad indovinare di chi si tratta e perchè.
 
Una precisazione sulla osservazione del secondo lettore intorno alla utilità del denaro, oltre che per chi lo possiede, quale motore di scambio e quindi di indispensabile sostegno al vortice economico. Affascinante ed istruttiva storia quella del denaro. Sarebbe bello cercare di sviscerare a fondo. Magari lo faremo. Basti qui ricordare che esso è stato inventato recentemente (non più di qualche migliaio di anni fà a quanto ci è dato sapere) per favorire gli scambi appunto. Indispensabile strumento al servizio dei rapporti economico-commerciali e culturali tra comunità relativamente differenti, relativamente indipendenti e relativamente lontane, ha finito per diventare, assurdamente diciamo noi, il movente primo ed il fine ultimodi ogni attività (dis)umana. Sia essa di tipo economico o di altro tipo. Quando, viceversa, viviamo in un’epoca supertecnologica e globalizzata nella quale, scambi commerciali, economia di mercato e denaro potrebbero "tranquillamente" essere aboliti e sostituiti con quella che potremmo definire una Economia di Progetto Esistenziale Planetario finalizzata alla realizzazione di un vero ed autentico Essere Bene per tutti gli abitanti del pianeta. Cose tecnicamente più che possibili oggi come oggi.

Ultima interessante domanda che potrebbe aprirci nuovi orizzonti di discussione: visto che con ogni evidenza qualcosa osta. Di cosa si tratta?

Per il vostro impagabile, scapestrato, romantico eroe
Gruppo di Resistenza Umana Verbania


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  1               26 luglio 2014

Un lettore (non qualsiasi) ci scrive a proposito del post recentemente pubblicato: "La Storia.....può insegnarci qualcosa?" (vedi)

Conclusione solo parzialmente corretta, ma che non tiene conto - secondo me - di tre elementi fondamentali: la "globalità" del sistema che allora era diversa e la limitatezza del ricorso al consumo delle materie prime che prima erano abbondanti e ora scarseggiano, mentre (3 aspetto) prima era facile raggiungere nuovi mercati di consumo e sviluppo che allora potevano essere facilmente aperti ed ora non più stante il sistema globalizzato. Questo però ha portato ad un fatto con aspetti nuovi: in Europa c'è forte recessione ma non in Asia, in Sudamerica (Argentina esclusa, ma ci sono altri fattori nazionali) o in Oceania. In America del Nord - ci sono stato nei giorni scorsi - tutti i segni sono + e la crisi pare superata, anche grazie alla droga finanziaria ed a diverse scelte rispetto all'area Euro.
Quindi le "conclusioni" rischiano di essere inesatte: ci sono fattori nuovi prima inesistenti.
Un altro aspetto "nuovo" è la circolarità delle informazioni e conseguentemente la volatilità dei mercati che agevola la speculazione finanziaria in modo moltiplicatore della crisi "infettando" anche i sistemi più sani....
Vabbè per l'anonimato, ma è una sciocchezza non avere IL CORAGGIO di presentarsi e discuterne ad personam.


Ed ecco la nostra risposta.

Carissimo Lettore,
vivissimi ringraziamenti, prima di tutto, per l’interesse e l’assiduità con i quali ci segue. Ma dalle considerazioni che ci ha inviato circa l’ultimo post "La Storia......può insegnarci qualcosa?" dobbiamo purtroppo constatare che non è stato recepito neppur minimamente lo spirito del ragionamento che abbiamo tentato di svolgere. Vale a dire il fatto che una economia finalizzata al profitto e non ad un progetto di vita non può avere futuro. E non può averlo perchè trasforma inevitabilmente in sovrapproduzione e malaproduzione le proprie immense, smisurate capacità di sfornare prodotti. E che questa caratteristica strutturale del sistema socioeconomico nel quale viviamo sta alla base del suo perenne essere in crisi. Più o meno profonda. Questa la sostanza che ci premeva evidenziare e sulla quale c’è una generalizzata e pervicace congiura del silenzio. Questo il tema centrale del post che viene sistematicamente, accuratamente evitato, non recepito, rimosso da tutti. Finendo per perdersi, come nel suo caso, in dettagli minori. Pur essendo -questa la cosa "strana"- una questione concettualmente "semplicissima". Potremo mai far ripartire la crescita se non parliamo del perchè si è bloccata? Ma dei veri perchè. Potremo mai far ripartire un tipo crescita che, con ogni evidenza, è la causa prima e principale delle crisi? Epocali e non. Non è forse l’Europa il continente che per primo non può più crescere perchè il più vecchio? Nel quale la crescita sviluppista è partita prima? Non sono forse tutte le altre economie emergenti o semi emergenti o turbo-capitaliste o turbo capital-comuniste destinate, prima o poi, ad intasarsi fatalmente? Ci sono volute o non ci sono volute ben due guerre mondiali nel novecento per uscire dalle pastoie della sovrapproduzione industriale "quasi globale"? Non siamo forse oggi daccapo e per la terza volta? Eppure ci sembrava di essere stati chiari ed espliciti anche grazie alla dovizia di autorevoli citazioni storiche. Evidentemente così non è. Ma, ci viene voglia di osservare, è sicuro di aver studiato con calma tutto
il post in questione? Non le sembra che la visione corrente di economia e di storia sia profondamente distorta e gravemente carente, in ultima analisi falsa, ad ogni livello ed in ogni campo? Dalla Geopolitica alle Facoltà di Economia agli studenti di economia? Provi ad osservare il tutto dall’esterno, da un altro mondo che ancora non c’è, nel quale l’economia si ponga al servizio non del profitto di chi produce ma "semplicemente", al servizio della realizzazione di un progetto di vita. Dal personale al locale al nazionale al planetario. Elaborato con la partecipazione creativa di tutti i cittadini interessati. Un mondo che ancora non c’è ma che, in quanto immaginabile, potrebbe anche esserci. Un mondo altro, evidentemente, da questo. Ci provi. Forse potremmo perfino incominciare ad intenderci.
Sulla questione infine dell’anonimato e delle mancanza di CORAGGIO come dice lei. Non vediamo proprio che cosa cambierebbe se ci firmassimo con nome e cognome. Ci sembra curiosità spicciola di nessuna rilevanza. Perdoni l’ardire. I contenuti che noi stiamo cercando di portare avanti hanno una dimensione ed un respiro tali da rendere assolutamente superfluo il sapere, o non sapere, chi scrive.

Cordiali saluti dal Gruppo di Resistenza Umana di Verbania


Il lettore controrisponde.

Grazie della risposta e rileggerò bene tutto perchè è vero che, ricevendo ogni
giorno decine di mail, si legge velocemente e si può essere superficiali.
Il limite della mail è che. - almeno per me - non si riesce mai a dare
completezza al discorso o replicare ai ragionamenti come l'ultimo vostro che è
valido in sè ma che si presta ad altre critiche, tipo quella che - pur
teoricamente condividendo il concetto di qualità di vita - nascono poi altri
dubbi, per esempio che un conto è produrre troppi telefonini (forse inutili)
ma non altrettanto produrre patate o mais nel terzo mondo.
Per questo il dibattito serio è meglio delle mail perchè si ribatte, si
discute con un ritmo diverso dalle mail.
La proposta è allora di trovarsi a parlarne magari semplicemente davanti a un
bicchiere di vino visto che l'età induce a queste cose.
Circa i pensieri però rimane aperto un mio dubbio: il new deal (e una guerra
voluta anche dagli USA) ha risolto temporaneamente il problema ma.... E qui ci
vorrebbero pagine e pagine, come si fa a scriverle?
 

E noi contro-controrispondiamo

Carissimo Lettore,
sentitissimi ringraziamenti, a nostra volta, per la risposta alla risposta. Siamo perfettamente d’accordo con lei. Andiamo tutti "di corsa" e così facendo, lungi dall’agguantare molto, finiamo per perderci un sacco di belle cose. Per esempio l’enorme piacere di leggere con calma qualcosa che suscita il nostro interesse. Dovremmo, perlomeno ogni tanto, scendere dalla giostra per prenderci dei momenti veramente nostri. Ma non è facile. Comunque a forza di provarci potremmo anche cominciare ad applicare questa rilassante e costruttiva pratica. Per quanto riguarda la questione dei "motori di crescita" in questo sistema socioeconomico, effettivamente potremmo scrivere un trattato decisamente "pesante" di molte centinaia di pagine. Ci limitiamo qui ad osservare che se nel caso "New Deal" si trattò di un motore di tipo costruttivo, esso non risolse comunque il problema. Ci volle, per "risolverlo" nientedimeno che una devastante seconda guerra mondiale. Sulla validità di quest’ultimo "motore" di crescita qualche dubbio può, a nostro avviso, essere legittimamente avanzato. E comunque il tutto conferma pienamente la nostra tesi di fondo. Vale a dire il fatto che un sistema socioeconomico finalizzato al profitto non può, per sua intrinseca natura, conseguire una vera razionalità nè in campo economico nè in campo sociale nè in qualsiasi altro campo. E che la cosa pur essendo semplicissima ed alla portata di qualsiasi bambino di terza elementare sembra non esssere recepita da alcuno degli addetti ai lavori. Vuoi del campo economico, vuoi del campo politico, vuoi del campo mediatico. Chissà perchè. Lavoreremo per cercare di scoprirlo..
Per quanto riguarda infine il suo gentile invito ad una bicchierata a quattrocchi ci troviamo purtroppo costretti a declinare. Per una serie di ragioni. Primo perchè siamo da sempre totalmente astemi. Gravissimo difetto lo ammettiamo. Secondo perchè alla nostra età ormai andiamo sistematicamente a letto con le galline. Nessun riferimento, sia ben chiaro, a discutibili tendenze "animaliste". Terzo e non ultimo perchè dei romantici eroi che si rispettino non possono assolutamente rivelare la propria identità.

Gruppo di Resistenza Umana di Verbania


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martedì 15 luglio 2014

La tecnica e il far soldi!


Caro GRUV, interessante davvero questa "lezione" di storia!
Le ragioni di questa durissima crisi che stiamo attraversando, pare vengano da lontano. A proposito, le parole"sottoconsumo" e "sovraproduzione" mi fanno venire in mente l'enorme propaganda cui siamo perennemente sottoposti per farci consumare sempre piu' oggetti e al tipo di relazione che, noi "contemporanei", abbiamo ormai instaurato con gli oggetti stessi...sto' leggendo un libretto interessante e provero' a farne una piccola sintesi  (Il testo che segue è quasi interamente tratto da "Sopravvivere alla tecnica" del filosofo Davide Miccione, che ringrazio di cuore)
                                                         Vostro Affezionatissimo  Zorro



"...La tecnica ha come fine i mezzi. Aumentare i mezzi è il paradossale fine della tecnica, renderli piu' potenti, cioe' che possano di piu', quindi,ancora piu' mezzi...sul senso, opportunita', efficacia dell'uso dei mezzi non si discute, o almeno non è compito della tecnica.
Il mezzo non si occupa di cio', il mezzo "vuole" semplicemente essere utilizzato, questa è la sua funzione quindi: macchine sempre piu'veloci, precise, che fanno tutto da sole; televisioni con sempre piu' canali e programmi da scegliere in un'offerta vorticosa che toglie il tempo di riflettere su cosa scegliere.
Macchine fotografiche digitali velocissime con cui è possibile scattare un'infinito numero di fotografie ma che, proprio per questo, rendono inutile soffermarsi a pensare sul motivo di uno scatto, su un'inquadratura piuttosto che un'altra, una luce piuttosto che un'altra....perche' inseguire la perfezione di un gesto se posso reiterarlo all'infinito?
Ancora, perchè imparare a condurre un'auto se posso avere installato un controllo  elettronico di velocita', frenata, direzione? Perchè imparare a conoscere la mia citta' con le sue strade e stradine quando installando un navigatore satellitare sono guidato dappertutto? Perche' intraprendere una dieta o andare in palestra se posso farmi succhiare chirurgicamente il grasso in eccesso?.....Perche'cercare di rendermi piu' allegro, meno timido o meno infelice se al mio posto puo' pensarci un prodotto chimico?
L'idea dominante è che la tecnica (e i prodotti sempre nuovi che da essa scaturiscono) possa supplire e risolvere i nostri crucci e difetti, renderci migliori meglio del lungo , faticoso, estenuante esercizio e apprendimento.
Purtroppo cio' che viene perso è parte della nostra identita', del nostro saper fare, dell'essere in grado di sviluppare "l'arte dell'uso" degli strumenti: dal violino alla scure, dalla pinza del dentista all'ago del sarto, dalla racchetta da tennis alla matita per gli occhi tutti questi strumenti necessitano di un "interprete", un individuo che sappia trasformare la materia in qualcosa di unico e particolare, mentre la, sempre piu' perfetta, macchina tecnologica richiede un controllore , al massimo un attivatore/manutentore.
La tecnica contemporanea riduce l'uomo a "presenza quasi inutile", essa fa' gia' tutto da se' e noi diventiamo sempre piu' sostituibili.
Imparare a suonare uno strumento musicale, l'arte di cucire, intagliare il legno, cucinare, tirare con l'arco o qualsiasi altra cosa, migliorano l'uomo proprio ponendolo contro i limiti funzionali dell'oggetto; fa' conoscere l'uomo a se stesso grazie alla faticosa indagine delle possibilita' degli strumenti stessi ed al lento oltrepessamento dei limiti apparenti.
Le auto, le lavatrici, le penne, i videogames: tutto diventa piu' pulito, veloce, efficace, preciso; la tecnica fa' il suo mestiere: migliorare costantemente i mezzi.
Al samurai giapponese, guerriero che dedica l'esistenza a continui esercizi fisici e spirituali per affinare e potenziare volontà , spirito di sacrificio, forza d'animo, coraggio persino ferocia si sostituisce "qualcuno" che sappia premere il grilletto di una mitragliatrice ...al guerriero si sostituisce il meccanico, all'interprete (al virtuoso) il controllore, ma sopratutto, ad una forma di esistenza (anche criticabile) si sostituisce il... niente!
Ma la domanda è: che effetti hanno sull'uomo questi "miglioramenti"? Lo lasciano ancora attivo, protagonista, interprete? La sempre piu' perfetta macchina tecnologica porta con se  l'uomo o lo semina distanziandolo?
Gli oggetti tecnologici diventano i nostri "servi-padroni"? Essi sono in grado di condizionare le nostre vite?
Si certo, possono farlo e ce ne possiamo rendere conto quotidianamente, ma questa consapevolezza fa fatica ad emergere a causa di un'idea che è dominante nella nostra cultura, l'idea cioè che gli oggetti (la tecnica) siano di per se' neutrali, "non hanno colpa, tutto dipende da come li si usa.".
Invece ogni oggetto nasce con una propria intenzione, una propria capacità d'uso preferenziale, essi VOGLIONO essere usati in un certo modo.
E' indubbio che una pistola in se' non uccida, eppure se dessimo una pistola ad ogni famiglia siamo perfettamente consapevoli che gli omicidi aumenterebbero.
E' indubbio che si possa leggere e conversare anche con un televisore in casa, ma chi, per qualche motivo si sia trovato senza televisore, avra' notato che si tendera' a leggere, conversare, uscire di piu'.
Gli oggetti hanno una loro identita' e "vogliono essere" e il loro "essere" condiziona inevitabilmente le nostre vite, per esempio avere o non avere un telefono portatile fa' una certa differenza: infatti la sua "portatilita'" implica il poter essere sempre raggiungibili , nessuno sara' tenuto a spiegare perche' risponde sempre al cellulare,  ma gli si potra' chiedere perche' ieri sera ad una certa ora non fosse reperibile!
Considerare un oggetto come dotato di una propria "volonta'" diventa necessario per poter interagire con esso.
Questo è preferibile a vivere in perenne rapporto con oggetti che ci spingono di qua' e di la' mentre noi, pateticamente, recitiamo (senza ingannare piu' nessuno) la parte dei soggetti iperpotenti, assoluti, slegati dalle condizioni della realtà.
Gli oggetti esigono rispetto! E l'uomo contemporaneo desidera ferocemente sempre piu' oggetti ma non li rispetta! A ben pensarci è un'atteggiamento tipico dell'età infantile: i bambini piangono disperatamente per avere cose che romperanno o dimenticheranno un momento dopo.
Un rispetto per gli oggetti perso sopratutto a causa dell'abitudine ad accorciarne sempre piu' la vita ,a considerarli obsoleti anzitempo comprando versioni piu' nuove senza reale necessità, non usandoli quando ancora possono essere usati, a non provarne pena e affetto, sostituendoli tendenzialmente con oggetti usa e getta.
La tecnica puo' illuderci di non aver limiti, tramite gli oggetti possiamo convincerci di poter fare sempre di piu', sempre piu' velocemente senza piu' dover fare i conti con i limiti dell'esperienza con il reale.
In realtà stiamo drammaticamente distruggendo, oltre che l'ambiente che ci da' la vita, anche cio' che ci rende propriamente umani: poter dare un senso alle nostre azioni, trovare nella fatica e nella pazienza a compierle l'occasione di capire chi si è , cosa si vuole veramente e, magari, migliorarsi.



PS :Per chi volesse leggersi l'interessante libro da cui è tratto questo post,il titolo è "Guida filosofica alla sopravvivenza" di Davide Miccione Edizioni Apogeo 2008




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lunedì 30 giugno 2014

La Storia.....può insegnarci qualcosa?


Serie a puntate in rapida successione

Prima puntata lunedi 30 giugno 2014


C’è qualcosa che non mi convince. Tanto per cambiare.
Continuo a sentir ripetere che c’è la crisi. E che se c’è la crisi manca lavoro. Quindi la gente ha pochi soldi da spendere. Quindi compera poco. Quindi si vende poco. Quindi l’economia ristagna. Quindi..... c’è la crisi. Un bel giro in tondo non c’è che dire! Rimedio: rilanciamo i consumi dando ottanta euro a dieci milioni di italiani che il lavoro non l’hanno ancora perso. Per ora. E l’economia ripartirà, vivaddio! Finalmente ricominceremo a spendere, quindi a lavorare, quindi a crescere. Crescere. Crescere perbacco! Controgirotondo logicissimo. Scusate i limiti intellettuali ma non ce la faccio ad essere pienamente convinto.
A parte il fatto, non trscurabile, che per rilanciare i consumi ottanta euro sono pochini - lasciamo perdere- è evidente che girotondo e controgirotondo fanno entrambi parte di un medesimo, poco chiaro, circolo vizioso. E come si sa i cerchi, viziosi o virtuosi che siano, girano all’infinito su se stessi senza andare, questo è il bello, da nessuna parte. Pur portandoci ad immani disastri specie se viziosi. E morire che ce ne sia uno, dico anche uno soltanto, che cerchi di indagare sulla vera ragione per la quale la crisi c’è eccome. E non da ora. Anche se a prima vista può sfuggire i circoli, viziosi o virtuosi che siano, un inizio che li rende possibili ce l’hanno. Semplice e, modestamente, geniale. Si tratta del centro. Un punto magico equidistante dalla circonferenza senza il quale nessun cerchio sarebbe circolare. Perbacco! Quindi non potrebbe esistere e tantomeno girare su sè stesso. Insomma da qualche parte qualcosa deve aver determinato l’esistenza del circolo. Scusate lo sconfinamento filosofico ma mi è venuto di getto. Volete sapere il vero motivo per il quale c’è la crisi? Quello che tutti, ma proprio tutti, evitano accuratamente di menzionare?
Ieri l’altro -quando si dice il caso- ho trovato spalancato sul tavolo della cucina il libro sul quale mia figlia sta preparando il sudatissimo esame di storia contemporanea. Stava al telefonino. Titolo del capitolo in bella evidenza: "La Grande Depressione di fine ottocento". Sul quaderno lì accanto un appunto della ragazza:

"Tutti hanno sentito parlare della famosa Grande Crisi scoppiata nel 1929 e manifestatasi inizialmente, guardacaso, negli Stati Uniti d’America e, guardacaso, con un inaudito crack finanziario della Borsa newyorkese. Ma si tratta solo della seconda crisi economica di portata epocale nella storia del Capitalismo. La prima, della quale non tutti hanno sentito parlare, è stata la "Grande Depressione" durata ben un ventennio alla fine dell’ottocento (1873-1895 circa). Manifestatasi inizialmente negli Stati Uniti d’America e con un apocalittico crack bancario. Guarda nuovamente il caso."

Ho letto. Prima incuriosito. Poi sempre più avidamente. Alla fine mi si è accesa, non una lampadina, ma un faro nel cervello! Buona lettura anche a voi ed a presto.


"Nel 1873 il fallimento della grande banca newyorkese di Jay Cooke (uno dei pilastri della finanza statunitense, che aveva avuto un peso decisivo nel sostenere la fase di ricostruzione industriale successiva alla guerra civile) diede il via ad un’ondata di panico che si diffuse nell’economia americana e poi in tutti gli altri paesi sviluppati. Nel giro di pochi mesi negli Stati Uniti la produzione di beni durevoli cadde di un terzo per mancanza di acquirenti, mentre la disoccupazione tra gli operai dell’industria e delle costruzioni ferroviarie raggiungeva livelli elevatissimi. Anche in Gran Bretagna, Francia e Germania si apriva una duratura fase di caduta della produzione industriale. Nella sola Germania la produzione di ferro diminuì del di oltre il 50 per cento nel giro di pochi anni; nei paesi industrializzati d’Europa la disoccupazione toccò livelli senza precedenti in tutto il secolo. Fu però la caduta dei prezzi l’indice più vistoso della crisi economica, che veniva a interrompere la fase di quasi continua crescita del venticinquennio precedente "
"Attorno al 1895 i prezzi risultavano del 40 per cento circa inferiori rispetto al livello del 1875. Tale continuità nella caduta dei prezzi fu uno dei principali fattori che indussero i contemporanei a vedere nel periodo che va dal 1873 al 1895 un’unica grande fase di crisi economica allora definita -e in seguito ancora ricordata- come la "Grande Depressione"

"La crisi apertasi negli anni settanta generò un disordine economico che sarebbe durato a lungo, per oltre vent’anni, fin quasi all’inizio del nuovo secolo; e neppure nei decenni successivi si potè affermare che le ragioni di quella crisi fossero state veramente superate. I contemporanei la chiamarono, appunto, la "Grande depressione". Noi oggi possiamo vedere in essa il punto di svolta che segnò l’inizio di un lungo periodo caratterizzato da profonde contraddizioni sociali all’interno di molti paesi e da acuti contrasti economici e militari negli equilibri internazionali. Possiamo inoltre sostenere che questo fenomeno divide la storia del capitalismo in due grandi tronconi.
Lo squilibrio economico infatti, era il sintomo più evidente del passaggio ad una fase qualitativamente nuova dello sviluppo capitalistico: la fase della produzione di massa e dell’industria pesante. Le perturbazioni che lo caratterizzavano, caduta dei prezzi, acuirsi della concorrenza, guerre doganali, erano il prodotto di un nuovo, mai prima conosciuto ritmo di crescita della produttività del lavoro, determinato da un’ondata massiccia di invenzioni tecniche e della sistematica applicazione della scienza alla produzione industriale; in sostanza da quella che, proprio per la sua intensità, è indicata come "seconda rivoluzione industriale". E questi fenomeni insieme costituivano il terreno di un’ulteriore accelerazione, di una più accentuata tendenza alla crescita della potenza industriale e degli apparati produttivi, in una corsa che a molti parve folle.
Dalle risposte che a quelle "perturbazioni" diedero imprese e stati, prese origine una serie di processi che mutarono il volto dell’economia, della società e della politica, giungendo a caratterizzare un lungo periodo storico: per lo meno fino alla prima guerra mondiale e alla travagliata fase che la seguì. E segnando in modo irreversibile i caratteridi fondo del nuovo secolo.
Questi processi si chiamano concentrazione industriale e finanziaria, razionalizzazione degli apparati produttivi e del mercato, ruolo crescente dello Stato nell’economia e burocratizzazione. Possiamo sintetizzarli in un termine: "capitalismo organizzato", cioè cosciente della necessità di superare il carattere "spontaneo" dei fenomeni sociali: di guidarli, dirigerli, organizzarli. Una necessità che contraddiceva esplicitamente il credo liberista in economia (e liberale in politica) che aveva dominato la fase precedente, fondato sulla fiducia nella capacitàdi autoregolzione del mercato."

La crisi si manifestava come una forte eccedenza dell’offerta sulla domanda, della disponibilità di merci rispetto alla richiesta. In un certo senso era la sovrabbondanza a provocare il susseguirsi di fallimenti e licenziamenti, e quindi a produrre la povertà. Sembra un paradosso: era invece la prima manifestazione del meccanismo caratteristico delle crisi economiche moderne. Mentre infatti le cosiddette crisi d’ancien regime (le crisi di società precapitalistiche e prevalentemente agrarie) erano in generale causate da carestie, spesso prodotte da eventi naturali come siccità, pestilenze ecc., e si manifestavano con fenomeni anche drammatici di carenza di beni (erano cioè "crisi di sottoproduzione"), il nuovo tipo di crisi che il mondo industrializzato andava sperimentando era prodotto da un eccesso di merci sul mercato. La crisi non derivava da una carenza ma da una disponibilità di beni sul mercato superiore alla quantità che questo era in grado di assorbire.Si trattava, cioè, di una crisi di sovrapproduzione o se si preferisce di "sottoconsumo."
 
(Peppino Ortoleva e Marco Revelli "La società contemporanea" Ed. scolastiche Bruno Mondadori 1983)
Sottolineature mie ad evidenziare alcuni passaggi che mi sembrano cruciali
 
(continua)


Seconda puntata sabato 5 luglio 2013

Lo ribadiamo. Se il nostro prezioso Zorro non esistesse bisognerebbe inventarlo. Ha aperto un impressionante squarcio di luce storica nel nostro oscuro presente. Grazie Zorro. A te ed alla tua diligente figliuola. E grazie soprattutto a Peppino Ortoleva e Marco Revelli.
Colti dal panico e convinti di aver perso in passato, per imperdonabile distrazione, un Evento Epocale di tal fatta ci siamo precipitati a consultare una serie di testi tra i quali alcuni decisamente dotti e ponderosi. Ebbene con nostra grande sorpesa abbiamo trovato niente del tutto o qualche larvato accenno -due righe "en passant"- quasi che la Grande Depressione di durata ventennale che ha segnato la fine dell’utopia liberista fosse questione di ordinaria amministrazione! Un evento tra mille altri. Ci sarebbe da chiedersi il perchè di simili "dimenticanze". E se per caso non ci sia una storia "altra" che noi non conosciamo. Quella vera. Ma lasciamo perdere, per ora, e torniamo a noi.
Veniamo a sapere una serie di sorprendenti cose decisamente interessanti per noi. Oggi e qui.
Vediamo di fare un piccolo elenco.
1.

Che ben prima -più di mezzo secolo- della più conosciuta crisi del 1929, ci fu una crisi epocale che segna addirittura una rottura storica tra la prima fase di crescita, basata sul libero scambio, e la seconda, caratterizzata fino ai giorni nostri, da un continuo, affannoso, sempre contradditorio, mai risolutivo, tentativo da parte dei "pubblici poteri" di regolamentare le dinamiche economico-sociali. Parallelamente ad un processo di costante "ristrutturazione" deii processi produttivi nella economia reale.
2.

Che la crisi vera e propria fu di lunghissima durata (oltre vent’anni) e che neppure nei decenni successivi si potè dire veramente superata. Complessivamente un arco temporale di circa mezzo secolo!
3.

Che la crisi si abbattè come un fulmine a ciel sereno dopo una lunga fase di crescita tumultuosa (oltre trent’anni).
4.

Che la crisi si manifestò inizialmente con il fallimento di una grande banca newyorkese (crack finanziario). Banca che aveva avuto un peso decisivo nel "sostenere" la fase di ricostruzione industriale successiva alla guerra civile americana (1861 - 1865).
5.

Che si determina un ben preciso rapporto di causa-effetto tra crescita eccessiva, tumultuosa, scriteriata, euforica, folle e conseguente successivo, inevitabile, arresto della medesima.
6.

Che la scriteriata crescita si trasforma in crisi per la ragione semplice e cruciale che il mercato non è più in grado di assorbire la crescita produttiva. Ovvero che l’apparato produttivo nel suo complesso è andato in sovrapproduzione massiccia rispetto alle possibilità di smercio della produzione.
7.

Che per la prima volta nella storia dell’umanità la sovrabbondanza, che potrebbe sembrare alle anime semplici una benedizione del cielo, si trasforma -malignamente e chissà perchè- in "lacrime e sangue". E particolarmente, come sempre, per i più deboli. Su questo dovremo fare un ragionamento a parte.


Bravissimi ragazzi! Avete fatto un riassuntino niente male. Ma la faccenda non finisce qui. Preso dall’illuminazione sono andato a vedermi i capitoli successivi sottraendo il libro ai sudatissimi doveri scolastici della figliuola che ha energicamente protestato. Le ho detto di darsi una calmata e di fare una pausa. Ha obbedito!! Ma torniamo a noi. Dopo un quarantennio circa di faticosissimi sovvertimenti sociali ed economici comprendenti nientedimeno che una prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, alla fine degli anni venti del novecento eravamo punto e daccapo. Sentite qui. La citazione è un po’ lunghetta, in particolare sull’aspetto finanziario della crisi del 1929, ma vi assicuro che ne vale la pena.


"Tra il 1923 ed il 1929 gli Stati Uniti conobbero un tale boom economico che sembrava destinato a protrarsi indefinitamente: un elevato tasso di incremento del reddito nazionale (oltre il 4% annuo), un aumento continuo della produttività per operaio (salita -tra il 1919 ed il 1929- di circa il 70%): a salari sostanzialmente stabili, ciò si traduceva da un lato in aumento dei profitti, e quindi del denaro disponibile per investimenti, dall’altro nella stabilità dei prezzi. Fattore essenziale del boom era l’espansione dei consumi, in particolare l’accesso delle masse a nuovi consumi, servizi, "prodotti di consumo durevole" (automobili, elettrodomestici, apparecchi radio e grammofoni, ecc.): tra questi soprattutto lo sviluppo del settore automobilistico sostenne l’intera fase di sviluppo economico. Dalle 500.000 auto prodotte nel 1913 si era passati, nel 1919, a quasi due milioni, nel 1923 a 4.180.000 (un raddopio in soli quattro anni che dimostra come il boom dell’auto sia stato essenziale nel favorire la "riconversione" della produzione militare in produzione di pace), fino agli oltre 5.600.000 del 1929. Nel boom americano di quegli anni l’auto ebbe una duplice funzione: da un lato, l’industria automobilistica in espansione stimolava una serie di altri settori industriali (siderurgia, gomma, vetrerie, fabbriche di parti meccaniche); dall’altro, la massiccia penetrazione dell’automobile nella vita di milioni di americani cominciò subito ad influenzare lo stile di vita, ispirando nuove esigenze e nuovi consumi (la diffusione dell’automobile favoriva -ad esempio- il passaggio dalla spesa quotidiana all’abitudine di grandi spese settimanali, o addirittura mensili, che a loro volta richiedevano nuovi strumenti di conservazione dei cibi come il frigorifero). Tra un boom basato essenzialmente sull’espansione degli acquisti di beni di consumo e la stabilità dei salari vi era però una profonda contraddizione. Gli investimenti e l’aumento della produttività portavano ad un continuo incremento della produzione cui non corrispondeva un proporzionato incremento del potere d’acquisto dei lavoratori, cioè della massa dei possibili acquirenti."
 
"Un elemento essenziale del boom era stata la politica di bassi tassi di interesse che aveva permesso ad un gran numero di persone, anche con reddito basso, di acquistare case e beni di consumo durevoli con pagamenti rateali, mutui ed altre facilitazioni."
 
"Una seconda contraddizione era data dal sistema finanziario americano. Come la frammentazione e la mancanza di organi centrali di direzione erano fonti di squilibri nei rapporti tra l’America e il mondo, così lo erano anche per la situazione economica interna: gli Stati Uniti mancavano di autorità finanziarie in grado di correggere le distorsioni che si venivano man mano creando nell’economia. Tanto più che per tutti gli anni Venti essi furono dominati da amministrazioni repubblicane, convinte che la sola politica economica corretta praticabile dalle autorità federali fosse l’astensione da ogni intervento in economia, convinte cioè che le forze economiche lasciate a sè stesse possedessero capacità di autoregolazione sufficienti ad uno sviluppo ininterrotto."
 
 "Una terza contraddizione, più contingente ma di grande rilievo, era costituita dal gande boom speculativo che cominciò a manifestarsi attorno al 1926. La politica di "denaro facile" che consentiva anche ai privati di prendere a prestito denaro dalle banche a tassi di interesse quasi irrisori, e la crescita costante dei profitti delle aziende cominciarono a spingere -attorno alla metà degli anni venti- un consistente numero di risparmiatori verso l’acquisto di titoli, dapprima con i propri risparmi, poi sempre di più con denaro preso a prestito."
 
"L’acquisto di titoli, finalizzato dapprima all’investimento di denaro in un reddito quasi sicuro e crescente (in quanto con l’aumento dei profitti anche i dividendi distribuiti ai risparmiatori erano in aumento) , cambiò ben presto obiettivo: man mano che il mercato si allargava, e sempre nuovi clienti acquistavano titoli, il valore delle azioni cresceva, per cui chi aveva comperato in precedenza ad un prezzo più basso poteva ora rivendere ad un prezzo più alto, o addirittura moltiplicato. La differenza di prezzo tra il più alto valore successivo ed il più basso valore precedente costituiva in genere un profitto assai più elevato di quanto potesse essere fornito anche dal più sontuoso dei dividendi. A partire dal 1926-27 la maggior parte dei nuovi clienti che affluirono alla borsa erano interessati più a questo tipo di profitto che ai dividendi: i fenomeni speculativi furono moltiplicati, e aggravati, dal diffondersi di transazioni bancarie volte appunto a favorire la speculazione. A sua volta, la speranza di facili guadagni, aiutata dalla persistente disponibilità di denaro, favorì sia l’accesso di sempre nuovi clienti alla borsa sia l’aumento degli acquisti per cliente. Era un circolo vizioso che sembrava potesse non spezzarsi mai: l’allargarsi del mercato favoriva il rialzo dei prezzi, che permetteva ai detentori dei titoli di ottenere -rivendendoli- profitti elevatissimi; ciò incoraggiava nuovi acquirenti a comperare e i vecchi ad allargare le proprie operazioni......"
"Tra il 1924 e la fine del 1928 il valore medio dei titoli..........salì da 106 a 331. Negli stessi anni il volume delle cosiddette operazioni di prestito a margine (la forma più diffusa di finanziamento della speculazione) era cresciuta da circa due milioni di dollari ad oltre 5.700.000."
"Nel corso del 1929 si ebbe una ulteriore accelerazione. In agosto la media del valore delle azioni era salita a 449 (oltre quattro volte quella di cinque anni prima); i prestiti a margine erano saliti a 7 milioni di dollari"
"La prima netta caduta delvalore dei titoli si ebbe il 18 ottobre. Nei giorni successivi le vendite si moltiplicarono a valanga, ripetendo (ma in maniera molto accelerata) quello che era avvenuto in precedenza per gli acquisti. Avviato il declino dei valori, i detentori cercavano di disfarsi delle azioni al più presto, sperando di contenere il più possibile le perdite. Il crollo diventava così sempre più precipitoso, anche perchè le operazioni speculative, servite a tenere artificiosamente alti i valori negli anni precedenti, agivano in senso opposto: le banche chiedevano l’immediato rimborso dei prestiti speculativi, costringendo quindi i clienti a cercare di procurarsi liquidi al più presto, il che richiedeva la vendita dei titoli, il cui valore cadeva ulteriormente"
"A metà novembre l’indice del valore medio delle azioni era calato a 224, meno della metà dei valori raggiunti tre mesi prima. Era solo l’inizio: nei tre anni successivi l’indice sarebbe sceso ancora fino a 58; i valori delle azioni di molte aziende si sarebbero praticamente azzerati."
"Nei tre anni e mezzo successivi l’economia statunitense conobbe un costante aggravamento della recessione. La produzione industriale diminuì di circa la metà (-47%), con un declino di particolare gravità nelsettore dei beni destinati alla produzione; gli investimenti decaddero a tal punto che in molti settori non si procedette neppure al rinnovo dei macchinari ormai inutilizzabili; i prezzi agricoli caddero di oltre il 50%. Più di 5000 banche dovettero chiudere, trascinando con sè i risparmi di milioni di persone."
"Se è vero che il crollo in borsa fu solo una (e non la prima) delle manifestazioni della crisi incipiente, è vero anche che esso ebbe un peso decisivo. E’ a partire dalla fine dell’ottobre 1929 che tutti si resero conto della crisi in corso: il che a sua volta promosse, in tutto il corpo sociale, reazioni di difesa destinate ad allargare ulteriormante la recessione. Risultarono inefficaci sia i tentativi dei maggiori "banchieri d’affari" di sostenere artificiosamente la borsa, che quelli delle forze politiche dominanti di contenere il panico."
"La catastrofe abbattutasi sull’economia americana non poteva non far sentire i suoi effetti sul complesso dell’economia mondiale, profondamente condizionata dalla produzione e dagli scambi con gli Stati Uniti. Tra il 1929 ed il 1932 gli investimenti nel mondo segnarono una caduta complessiva del 55%; la produzione industriale del 37%; il volume degli scambi internazionali, del 25%."
"La crisi aveva alla propria origine contraddizioni assai simili a quelle che, alla metà degli anni settanta dell’Ottocento, avevano provocato la Grande depressione: prevalenza dell’offerta di beni sulla domanda; difficoltà da parte del mercato di assorbire l’accresciuta produzione; squilibri tra i differenti settori produttivi e insufficienza o totale assenza di strumenti di governo dell’economia. La tentazione immediata fu quella di utilizzare gli stessi rimedi di allora: protezionismo, lotta senza quartiere per la conquista dei mercati, irrigidimento delle politiche sociali."
"Negli ultimi decenni dell’Ottocento ci si era illusi di eliminare l’irrazionalità dello sviluppo industriale e la sua "tendenza alla crisi" attraverso la razionalizzazione della produzione ed il controllo del mercato mediante i monopoli. Questi rimedi avevano però accentuato drammaticamente la causa fondamentle delle crisi: lo squilibrio tra capacità produttiva (offerta) e capacità di consumo (domanda), tra produzione industriale e livelli salariali. La razionalizzazione produttiva aveva infatti aumentato il potenziale produttivo dell’industria, ma non la capacità di consumo di massa."
"La crisi del 1929 aveva permesso di constatare un altro fatto: il ciclo economico una volta entrato in fase di recessione, non era in grado di riequilibrarsi sulla base dei soli meccanismi automatici del mercato, anzi, finiva per avvolgersi in una spirale negativa, perchè tra le strategie dei singoli soggetti economici e le esigenze complessive delsistema esisteva una sfasatura inevitabile."
"L’incapacità della amministrazione Hoover di contrastare gli effetti della crisi economica apertasi nel 1929 favorì l’elezione del democratico Franklin D. Roosvelt nel novembre del 1932. Egli avviò una azione di governo caratterizzata da un forte intervento dello Stato in economia, da provvedimenti assistenziali ed imponenti opere pubbliche, al fine di allargare l’occupazione e di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori."
"Una vera e propria espansione si sarebbe manifestata solo a partire da 1939, quando con la guerra in Europa si sarebbe arrivati ad un effettivo e duraturo rilancio dell’economia
. Ma allora, per usare la frase dello stesso Roosvelt, il "dottor New Deal" aveva lasciato il posto al "dottor Vinciamo-la -guerra"

(PeppinoOrtoleva e Marco Revelli "Storia dell’età contemporanea" Ed. scolastiche Bruno Mondadori 1993)

Sottolineature mie ad evidenziare i nodi problematici(!) (Zorro)

(continua) 


Terza ed ultima puntata lunedi 7 luglio 2014

Decisamente impressionante. Non sappiamo voi, ma noi siamo letteralmente esterefatti.
Leggendo sulle righe e tra di esse possiamo farci una idea abbastanza attendibile e precisa riguardo a molte, importantissime, cruciali questioni che ci riguardano. Oggi.
La storia, evidentemente, si ripete. Le analogie sono sconcertanti. Così come è sconcertante la "incapacità" di trarre conclusioni pertinenti dalle vicende storiche. Conclusioni peraltro a portata di mano. Evidentemente, allora, non si tratta di incapacità. Ma di ben altro e ben più complesso. Oltre che di ben altra natura. Sarebbe interessante cercare di sviscerare in questa direzione. Magari lo faremo se l’incomparabile Zorro continuerà a darci una mano. Ma torniamo a noi.
Alla domanda iniziale ovvero se la Storia può insegnarci qualcosa, la nostra risposta è quindi totalmente ed assolutamente affermativa. Non solo può insegnarci qualcosa ma può spiegarci l’apparentemente inspiegabile sul perchè siamo messi malissimo oggi e qui. Ma attenzione. Si deve trattare di Storia con la esse maiuscola come quella di Ortoleva e Revelli. C’è modo e modo infatti, come abbiamo accennato, di raccontara la storia. E quindi di fare storia. Altro bel capitolo da sviscerare in futuro. Ma torniamo a noi e vediamo di fare, anche qui, un piccolo elenco di insegnamenti
 
1.
Quella nella quale ci stiamo addentrando, alle soglie del terzo millennio, non è nè la prima nè la seconda, ma la terza crisi storica di portata epocale del sistema socioeconomico nel quale viviamo. Leggendo i tempi sui quali si sono sviluppate le due precedenti possiamo ipotizzare che, con ogni probabilità, siamo solo agli inizi.
2.
Al di là dalle differenze, che pure esistono, le analogie -relativamente alle cause ed alle dinamiche- della prima crisi epocale, della seconda, e di quella attualmente in corso, sono veramente impressionanti. Al punto che potremmo persino tentare di estrarre dal ripetersi, quasi in fotocopia, di determinate costanti, una sorta di "legge delle crisi".
3.
La sovrapproduzione quale reale causa scatenante. Fattore chiave attinente alla economia reale. Sempre al termine di una fase di sviluppo "tumultuoso", - più pertinente potrebbe essere il termine "scriteriato"- che precede immancabilmente la Crisi. Al punto che potremmo individuare nella "Crescita" la retrocausa "occulta" delle crisi. Alla luce di questo dato il continuo richiamo alla necessità di far ripartire la crescita trdisce tutta la patetica impotenza dell’attuale sistema di "pensiero". Come pretendere di curare un ammalato con........la malattia.
4.
L’estrema difficoltà per non dire impossibilità del modello economico nel quale viviamo di autoregolarsi.
5.
L’estrema difficoltà di regolamentazione dall’"esterno" ( opposizione dei potentati economici, degli apparati burocratici, delle autorità varie, delle forze conservatrici, della impotenza di quella che dovrebbe essere la politica, ecc. ecc.)
6.
Il ruolo dei grandiosi sommovimenti finanziari che disvelano all’"improvviso" uno stato complessivo delle cose, economico e non, che affonda le proprie radici nella sovrapproduzione produttiva (economia reale). Sommovimenti finanziari scambiati spesso e volentieri, come oggi, per cause prime scatenanti mentre sono in realtà conseguenza dell’arresto della crescita.
7.
La potentissima retroazione dello scompiglio finanziario sulla situazione complessiva di tipo economico, e non, una volta instauratasi la spirale recessiva.
8.
L’indebitamento, privato o pubblico che sia, quale espediente principe per "drogare" il mercato. Vale a dire per far assorbire forzosamente al mercato quello che esso non riesce più ad assorbire.
9.
La pericolosità di tale espediente, vera e propria arma a doppio taglio, che se sul breve periodo ottiene gli effetti desiderati di espansione (o meglio di contenimento della contrazione) si trasforma, letteralmente dall’oggi al domani, in fattore di devastante destabilizzazione. Economica, finanziaria e sociale. Vedasi, per esempio e ai giorni nostri, la tragica vicenda dei primi fallimenti bancari del 2007 negli U.S.A. (mutui sub-prime).
10.
La guerra come elemento "risolutivo" delle Crisi Epocali del modello economico. A spaventosi costi umani, sociali e culturali. A questo proposito non sarebbe fuori luogo, ci pare, nutrire qualche preoccupazione oggi e qui. Il "pazzo" che butta il cerino è sempre disponibile sul "mercato" della Storia.. E quando intorno al "pazzo" c’è una polveriera il risultato è inevitabile. Radere al suolo tutto, quando le crisi non si risolvono in altro modo, é un "ottimo espediente" per rilanciare crescita e sviluppo. Vedasi il "glorioso" trentennio di ininterrotto sviluppo che ha fatto seguito alla seconda, ancor più catastrofica della prima, guerra mondiale.
 
Riguardo invece ai connotati della terza crisi epocale, quella attuale, iniziata circa sei anni fa ma preparata da almeno un ventennio di "rallentemento", ci sembra doveroso far notare che essa presenta, oltre a molte analogie con le due precedenti, caratteristiche peculiari. Caratteristiche che la rendono, se possibile, ancora più intricata. E precisamente:
a.
la vastità della crisi sia in senso spaziale (il globo terracqueo) sia in senso funzionale (nessun settore dell’umano esistere ed agire viene risparmiato);
b.
la profondità della crisi nel senso che essa non riguarda aspetti marginali o parziali;
c.
la qualità della crisi nel senso che essa si presenta quale intreccio organico di una miriade di "sottocrisi" che si rafforzano a vicenda tra loro;
c.
il fatto che i cosiddetti "margini" di "sviluppo" ovvero gli spazi liberi, fisici, economici, politici, culturali e sociali, che possano consentire uleriore crescita, sono in fase -alle soglie del terzo millennio- di definitivo esaurimento.
 
Teniamo infine presente che le tre sulle quali abbiamo focalizzato l’attenzione sono le crisi storiche di portata epocale del modello socioeconomico nel quale viviamo. Molte centinaia di altre, meno gravi, si sono succedute nell’arco di due secoli circa. Al punto che l’essere perennemente in crisi sembra proprio la caratteristica dominante di questo modello.
 
 
Ragazzi, ottima messa a punto estrapolativa(!!). Che collaborazione! Fantastico. Mi sto divertendo un sacco. Speriamo che così sia anche per i nostri sparuti lettori. Ma la sezione commenti resta, a parte qualche insigne eccezione, desolatamente vuota. Ma non disperiamo e torniamo a noi.
Finalmente ho capito che cosa non mi ha mai convinto, non mi convince e perchè.
Finchè stiamo sulla circonferenza di un cerchio, virtuoso o vizioso che sia, non potremo mai capire che cosa lo ha fatto nascere e che cosa lo fà girare pervicacemente in tondo non portandoci da nessuna parte. Eppur, se vizioso come nel nostro caso, seminando distruzione in ogni modo e per ogni dove. Ma io mi dico: vorremo prima o poi incominciare a parlarne seriamente di queste faccende? E se a proposito di queste cruciali e importantissime faccende c’è il silenzio più assoluto e generalizzato quale potrà mai essere il
vero motivo? Ma i famosi "tabù" non erano un fenomeno psicoculturale(!!) tipico delle ere primitive, premoderne, prescientifiche e pretecnologiche nelle quali gli umani erano poco più che timorosi scimmioni? E allora?? Come lo spieghiamo questo assordante silenzio? C’è qualcuno che può darci dei lumi? Se c’è lo ringraziamo anticipatamente. Anche se non scriverà un illuminante commento nella sezione commenti. Così, per il solo fatto che c’è e che potrebbe scriverlo. Grazie carissimi ed a presto. Dimenticavo: un sentitissimo grazie di cuore ai Professori Peppino Ortoleva e Marco Revelli.


Il vostro scapestrato collaboratore.
 
(fine) (provvisoria)
 

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mercoledì 18 giugno 2014

La fisica e il far soldi!





Caro GRUV,
Qualche giorno fa', rovistando tra vecchie cose e ricordi di scuola, mi sono ritrovato a sfogliare un libro di testo delle medie dal titolo interessante: "FISICA E NATURA".
Leggo che la fisica, appunto, studia la natura e cerca di carpirne i più intimi segreti: perchè l'acqua bolle, cosa succede quando accendo un fuoco, perchè le mele sono attratte dal suolo, quali forze entrano in gioco quando sposto un sasso di 50 kg per 100 metri......ecc.
Fantastico poi ritrovare le famose leggi della fisica, come quella della termodinamica: "Nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma....ed ogni trasformazione richiede una spesa di energia...."
Ecco! Umilmente la fisica ci ricorda che in natura non si può creare nulla, ma che ogni attività costa fatica, energia ed è sottoposta ad inevitabili perdite!
La nostra amata automobile (che, paradossalmente, significa "che si muove da sola") ne è la prova lampante: per spostare 70/80 kg (il passeggero) devo spostarne altri 1000 ( l' auto stessa) e dell'energia che ci metto (benzina) alla fine solo il 30/40% si trasformerà in lavoro utile (ruote che girano ecc.) il resto si perde trasformandosi in calore, (tanto che se non ci fosse il raffreddamento il motore letteralmente fonderebbe) e nocivi scarti di combustione!
Bene! Che centra la Fisica con il far soldi?
Non saprei ma, come al solito, qualcosa non mi convince: per la Fisica è "naturale"considerare che ogni interazione implica l'impossibilita' di guadagno illimitato, anzi bisogna sempre considerare le perdite! Per un'altra "scienza" invece, l'Economia (che con la natura pare abbia poco a che fare!) è "naturale" che se metto 100 di investimento mi devo aspettare 200-400-1000 di guadagno, un "miracolo" di moltiplicazione dei pani e dei pesci....!
E le perdite? Sembra non siano considerate, ma ci sono eccome: si chiamano risorse naturali saccheggiate, ambiente devastato, clima alterato, esseri umani ridotti in schiavitù, lavoro sprecato per produrre cose inutili, rifiuti che ricoprono il mondo.....e si potrebbe continuare!
Lo so,corro il rischio di sembrare il solito sognatore romantico, ma se ,qualche volta, gli economisti si ricordassero della Fisica.....   



                                                                                     Vostro affez.mo Zorro                                                                                                                                   

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martedì 6 maggio 2014

Discutibili Dogmi...... Indiscussi



5 maggio 2014



Hei ragazzi, vi ricordate la mia sovversivissima tesi di contestazione dell’ indiscusso e indiscutibile dogma "INVESTIMENTI + IMPRESA = LAVORO ?"

(Vedi precedente post dal titolo " Incredibile!! Si è fatto vivo il Sergente Garcia!)
Proprio ieri l’altro, primo di maggio, festa dei lavoratori e del lavoro, mi sono imbattuto per puro caso, in un passaggio riportato dalla ponderosa Enciclopedia Einaudi, alla voce "Lavoro" redatta da Tadeusz Kowalik che vi riporto integralmente di seguito.
La mia sovversivissima tesi di contestazione radicale del Dogma Economico, ancorchè puramente intuitiva trova cosi, mi sembra, una autorevolissima conferma! O no? Voi cosa ne dite? In ogni caso tu pensa quando si dice la casualità degli eventi, concettuali e non, vivaddio!




".............Rispetto al problema della disoccupazione, l’investimento è al tempo stesso una cura per la malattia e la causa di mali ancora più gravi per il futuro..............................Fino a un certo punto gl’investimenti hanno un effetto stimolante sul ciclo economico, in quanto la loro esecuzione assorbe materie prime e attrezzature, nonchè lavoro, aumentando così la domanda e quindi anche i profitti guadagnati........(omissis)...... Dopo di che viene in primo piano l’altra faccia dell’investimento, e precisamente nel momento in cui esso riduce la domanda e accresce l’offerta, provocando riduzioni cumulative dell’occupazione e della produzione.
Ci troviamo qui di fronte a uno dei più vistosi paradossi dell’economia ......(omissis)..... Un’espansione della capacità produttiva, che equivale a un accrescimento della ricchezza sociale, anzichè contribuire a una migliore soddisfazione dei bisogni si rivela essere una sventura, poichè si risolve in una crisi di sovrapproduzione e in una caduta dell’occupazione e del reddito nazionale. E soltanto in seguito alla successiva crisi e depressione, solo dopo che quest’ultima abbia assolto alla sua funzione di depurazione, diventa possibile che nuovi investimenti si traducano in un aumento del grado di utilizzazione delle fabbriche esistenti.
Michal Kalecki, che fece il suo tirocinio come economista sulle opere di......(omissis)......, descrisse una volta questo mondo alla rovescia......(omissis)......servendosi dell’esempio seguente.
Egli si chiese ironicamente che cosa si dovesse fare per aumentare la redditività di una linea ferroviaria sottoutilizzata, e rispose: bisognerebbe costruire, a fianco della prima, una nuova linea ferroviaria. Molti lavoratori troveranno impiego in tale opera; la vecchia ferrovia permetterà loro di recarsi al lavoro, e trasporterà i materiali necessari; i redditi dei lavorarori spesi nelle vicinanze del cantiere di costruzione aumenteranno la domanda; la situazione degli affari in questa zona, in precedenza depressa, migliorerà e la vecchia linea ferroviaria sarà più intensamente utilizzata. E quando, dopo il compleatamento della nuova ferrovia, entrambe le linee daranno basso reddito, si dovrebbe allora costruirre una terza linea o, meglio ancora, una terza e una quarta contemporaneamente. E’ una evidente assurdità: ma secondo Kalecki tale assurdità è insita non nel ragionamento, in quanto esso sia erroneo, bensì nel sistema sociale stesso a cui il ragionamento si applica, e precisamente nel separare, come fa tale sistema il valore della merce dal suo valore d’uso, nel subordinare la produzione al perseguimento del profitto anzichè ai bisogni sociali.................."
(Tadeusz Kowalik, voce "Lavoro" Enciclopedia Einaudi, grassetti miei)




Mi rendo conto che il concetto dianzi esposto dall’impareggiabile buon Kalecki è troppo semplice per essere facilmente recepito da menti terribilmente ingarbugliate come quelle che vanno per la maggiore di questi oscurissimi tempi. Cionondimeno applicandovi ripetutamente e con giocoso sforzo potrete, alla fine, penetrarne il sovversivissimo, semplicissimo senso. Non sarà facile. Ma quando ci arriverete, sempre che ci arriviate, sarà
rivelatorio. Parola di Zorro. Vivaddio!
Come avrete notato ci sono alcuni "omissis" nel testo citato. Seri motivi di indicibilità mi hanno spinto alla cosa. Anche per vivacizzare un tantino la situazione potremmo, carissimi del GRUV, lanciare un concorso a premi tra i lettori. Chi sarà in grado, entro l’anno in corso, di rivelare il contenuto dei tre "omissis" riceverà un magnifico premio in natura. Viceversa, scaduto il termine, riverleremo noi il contenuto dei medesimi in apposito post. Cosa ne dite della bella idea?

 

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