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lunedì 30 giugno 2014

La Storia.....può insegnarci qualcosa?


Serie a puntate in rapida successione

Prima puntata lunedi 30 giugno 2014


C’è qualcosa che non mi convince. Tanto per cambiare.
Continuo a sentir ripetere che c’è la crisi. E che se c’è la crisi manca lavoro. Quindi la gente ha pochi soldi da spendere. Quindi compera poco. Quindi si vende poco. Quindi l’economia ristagna. Quindi..... c’è la crisi. Un bel giro in tondo non c’è che dire! Rimedio: rilanciamo i consumi dando ottanta euro a dieci milioni di italiani che il lavoro non l’hanno ancora perso. Per ora. E l’economia ripartirà, vivaddio! Finalmente ricominceremo a spendere, quindi a lavorare, quindi a crescere. Crescere. Crescere perbacco! Controgirotondo logicissimo. Scusate i limiti intellettuali ma non ce la faccio ad essere pienamente convinto.
A parte il fatto, non trscurabile, che per rilanciare i consumi ottanta euro sono pochini - lasciamo perdere- è evidente che girotondo e controgirotondo fanno entrambi parte di un medesimo, poco chiaro, circolo vizioso. E come si sa i cerchi, viziosi o virtuosi che siano, girano all’infinito su se stessi senza andare, questo è il bello, da nessuna parte. Pur portandoci ad immani disastri specie se viziosi. E morire che ce ne sia uno, dico anche uno soltanto, che cerchi di indagare sulla vera ragione per la quale la crisi c’è eccome. E non da ora. Anche se a prima vista può sfuggire i circoli, viziosi o virtuosi che siano, un inizio che li rende possibili ce l’hanno. Semplice e, modestamente, geniale. Si tratta del centro. Un punto magico equidistante dalla circonferenza senza il quale nessun cerchio sarebbe circolare. Perbacco! Quindi non potrebbe esistere e tantomeno girare su sè stesso. Insomma da qualche parte qualcosa deve aver determinato l’esistenza del circolo. Scusate lo sconfinamento filosofico ma mi è venuto di getto. Volete sapere il vero motivo per il quale c’è la crisi? Quello che tutti, ma proprio tutti, evitano accuratamente di menzionare?
Ieri l’altro -quando si dice il caso- ho trovato spalancato sul tavolo della cucina il libro sul quale mia figlia sta preparando il sudatissimo esame di storia contemporanea. Stava al telefonino. Titolo del capitolo in bella evidenza: "La Grande Depressione di fine ottocento". Sul quaderno lì accanto un appunto della ragazza:

"Tutti hanno sentito parlare della famosa Grande Crisi scoppiata nel 1929 e manifestatasi inizialmente, guardacaso, negli Stati Uniti d’America e, guardacaso, con un inaudito crack finanziario della Borsa newyorkese. Ma si tratta solo della seconda crisi economica di portata epocale nella storia del Capitalismo. La prima, della quale non tutti hanno sentito parlare, è stata la "Grande Depressione" durata ben un ventennio alla fine dell’ottocento (1873-1895 circa). Manifestatasi inizialmente negli Stati Uniti d’America e con un apocalittico crack bancario. Guarda nuovamente il caso."

Ho letto. Prima incuriosito. Poi sempre più avidamente. Alla fine mi si è accesa, non una lampadina, ma un faro nel cervello! Buona lettura anche a voi ed a presto.


"Nel 1873 il fallimento della grande banca newyorkese di Jay Cooke (uno dei pilastri della finanza statunitense, che aveva avuto un peso decisivo nel sostenere la fase di ricostruzione industriale successiva alla guerra civile) diede il via ad un’ondata di panico che si diffuse nell’economia americana e poi in tutti gli altri paesi sviluppati. Nel giro di pochi mesi negli Stati Uniti la produzione di beni durevoli cadde di un terzo per mancanza di acquirenti, mentre la disoccupazione tra gli operai dell’industria e delle costruzioni ferroviarie raggiungeva livelli elevatissimi. Anche in Gran Bretagna, Francia e Germania si apriva una duratura fase di caduta della produzione industriale. Nella sola Germania la produzione di ferro diminuì del di oltre il 50 per cento nel giro di pochi anni; nei paesi industrializzati d’Europa la disoccupazione toccò livelli senza precedenti in tutto il secolo. Fu però la caduta dei prezzi l’indice più vistoso della crisi economica, che veniva a interrompere la fase di quasi continua crescita del venticinquennio precedente "
"Attorno al 1895 i prezzi risultavano del 40 per cento circa inferiori rispetto al livello del 1875. Tale continuità nella caduta dei prezzi fu uno dei principali fattori che indussero i contemporanei a vedere nel periodo che va dal 1873 al 1895 un’unica grande fase di crisi economica allora definita -e in seguito ancora ricordata- come la "Grande Depressione"

"La crisi apertasi negli anni settanta generò un disordine economico che sarebbe durato a lungo, per oltre vent’anni, fin quasi all’inizio del nuovo secolo; e neppure nei decenni successivi si potè affermare che le ragioni di quella crisi fossero state veramente superate. I contemporanei la chiamarono, appunto, la "Grande depressione". Noi oggi possiamo vedere in essa il punto di svolta che segnò l’inizio di un lungo periodo caratterizzato da profonde contraddizioni sociali all’interno di molti paesi e da acuti contrasti economici e militari negli equilibri internazionali. Possiamo inoltre sostenere che questo fenomeno divide la storia del capitalismo in due grandi tronconi.
Lo squilibrio economico infatti, era il sintomo più evidente del passaggio ad una fase qualitativamente nuova dello sviluppo capitalistico: la fase della produzione di massa e dell’industria pesante. Le perturbazioni che lo caratterizzavano, caduta dei prezzi, acuirsi della concorrenza, guerre doganali, erano il prodotto di un nuovo, mai prima conosciuto ritmo di crescita della produttività del lavoro, determinato da un’ondata massiccia di invenzioni tecniche e della sistematica applicazione della scienza alla produzione industriale; in sostanza da quella che, proprio per la sua intensità, è indicata come "seconda rivoluzione industriale". E questi fenomeni insieme costituivano il terreno di un’ulteriore accelerazione, di una più accentuata tendenza alla crescita della potenza industriale e degli apparati produttivi, in una corsa che a molti parve folle.
Dalle risposte che a quelle "perturbazioni" diedero imprese e stati, prese origine una serie di processi che mutarono il volto dell’economia, della società e della politica, giungendo a caratterizzare un lungo periodo storico: per lo meno fino alla prima guerra mondiale e alla travagliata fase che la seguì. E segnando in modo irreversibile i caratteridi fondo del nuovo secolo.
Questi processi si chiamano concentrazione industriale e finanziaria, razionalizzazione degli apparati produttivi e del mercato, ruolo crescente dello Stato nell’economia e burocratizzazione. Possiamo sintetizzarli in un termine: "capitalismo organizzato", cioè cosciente della necessità di superare il carattere "spontaneo" dei fenomeni sociali: di guidarli, dirigerli, organizzarli. Una necessità che contraddiceva esplicitamente il credo liberista in economia (e liberale in politica) che aveva dominato la fase precedente, fondato sulla fiducia nella capacitàdi autoregolzione del mercato."

La crisi si manifestava come una forte eccedenza dell’offerta sulla domanda, della disponibilità di merci rispetto alla richiesta. In un certo senso era la sovrabbondanza a provocare il susseguirsi di fallimenti e licenziamenti, e quindi a produrre la povertà. Sembra un paradosso: era invece la prima manifestazione del meccanismo caratteristico delle crisi economiche moderne. Mentre infatti le cosiddette crisi d’ancien regime (le crisi di società precapitalistiche e prevalentemente agrarie) erano in generale causate da carestie, spesso prodotte da eventi naturali come siccità, pestilenze ecc., e si manifestavano con fenomeni anche drammatici di carenza di beni (erano cioè "crisi di sottoproduzione"), il nuovo tipo di crisi che il mondo industrializzato andava sperimentando era prodotto da un eccesso di merci sul mercato. La crisi non derivava da una carenza ma da una disponibilità di beni sul mercato superiore alla quantità che questo era in grado di assorbire.Si trattava, cioè, di una crisi di sovrapproduzione o se si preferisce di "sottoconsumo."
 
(Peppino Ortoleva e Marco Revelli "La società contemporanea" Ed. scolastiche Bruno Mondadori 1983)
Sottolineature mie ad evidenziare alcuni passaggi che mi sembrano cruciali
 
(continua)


Seconda puntata sabato 5 luglio 2013

Lo ribadiamo. Se il nostro prezioso Zorro non esistesse bisognerebbe inventarlo. Ha aperto un impressionante squarcio di luce storica nel nostro oscuro presente. Grazie Zorro. A te ed alla tua diligente figliuola. E grazie soprattutto a Peppino Ortoleva e Marco Revelli.
Colti dal panico e convinti di aver perso in passato, per imperdonabile distrazione, un Evento Epocale di tal fatta ci siamo precipitati a consultare una serie di testi tra i quali alcuni decisamente dotti e ponderosi. Ebbene con nostra grande sorpesa abbiamo trovato niente del tutto o qualche larvato accenno -due righe "en passant"- quasi che la Grande Depressione di durata ventennale che ha segnato la fine dell’utopia liberista fosse questione di ordinaria amministrazione! Un evento tra mille altri. Ci sarebbe da chiedersi il perchè di simili "dimenticanze". E se per caso non ci sia una storia "altra" che noi non conosciamo. Quella vera. Ma lasciamo perdere, per ora, e torniamo a noi.
Veniamo a sapere una serie di sorprendenti cose decisamente interessanti per noi. Oggi e qui.
Vediamo di fare un piccolo elenco.
1.

Che ben prima -più di mezzo secolo- della più conosciuta crisi del 1929, ci fu una crisi epocale che segna addirittura una rottura storica tra la prima fase di crescita, basata sul libero scambio, e la seconda, caratterizzata fino ai giorni nostri, da un continuo, affannoso, sempre contradditorio, mai risolutivo, tentativo da parte dei "pubblici poteri" di regolamentare le dinamiche economico-sociali. Parallelamente ad un processo di costante "ristrutturazione" deii processi produttivi nella economia reale.
2.

Che la crisi vera e propria fu di lunghissima durata (oltre vent’anni) e che neppure nei decenni successivi si potè dire veramente superata. Complessivamente un arco temporale di circa mezzo secolo!
3.

Che la crisi si abbattè come un fulmine a ciel sereno dopo una lunga fase di crescita tumultuosa (oltre trent’anni).
4.

Che la crisi si manifestò inizialmente con il fallimento di una grande banca newyorkese (crack finanziario). Banca che aveva avuto un peso decisivo nel "sostenere" la fase di ricostruzione industriale successiva alla guerra civile americana (1861 - 1865).
5.

Che si determina un ben preciso rapporto di causa-effetto tra crescita eccessiva, tumultuosa, scriteriata, euforica, folle e conseguente successivo, inevitabile, arresto della medesima.
6.

Che la scriteriata crescita si trasforma in crisi per la ragione semplice e cruciale che il mercato non è più in grado di assorbire la crescita produttiva. Ovvero che l’apparato produttivo nel suo complesso è andato in sovrapproduzione massiccia rispetto alle possibilità di smercio della produzione.
7.

Che per la prima volta nella storia dell’umanità la sovrabbondanza, che potrebbe sembrare alle anime semplici una benedizione del cielo, si trasforma -malignamente e chissà perchè- in "lacrime e sangue". E particolarmente, come sempre, per i più deboli. Su questo dovremo fare un ragionamento a parte.


Bravissimi ragazzi! Avete fatto un riassuntino niente male. Ma la faccenda non finisce qui. Preso dall’illuminazione sono andato a vedermi i capitoli successivi sottraendo il libro ai sudatissimi doveri scolastici della figliuola che ha energicamente protestato. Le ho detto di darsi una calmata e di fare una pausa. Ha obbedito!! Ma torniamo a noi. Dopo un quarantennio circa di faticosissimi sovvertimenti sociali ed economici comprendenti nientedimeno che una prima Guerra Mondiale, la Grande Guerra, alla fine degli anni venti del novecento eravamo punto e daccapo. Sentite qui. La citazione è un po’ lunghetta, in particolare sull’aspetto finanziario della crisi del 1929, ma vi assicuro che ne vale la pena.


"Tra il 1923 ed il 1929 gli Stati Uniti conobbero un tale boom economico che sembrava destinato a protrarsi indefinitamente: un elevato tasso di incremento del reddito nazionale (oltre il 4% annuo), un aumento continuo della produttività per operaio (salita -tra il 1919 ed il 1929- di circa il 70%): a salari sostanzialmente stabili, ciò si traduceva da un lato in aumento dei profitti, e quindi del denaro disponibile per investimenti, dall’altro nella stabilità dei prezzi. Fattore essenziale del boom era l’espansione dei consumi, in particolare l’accesso delle masse a nuovi consumi, servizi, "prodotti di consumo durevole" (automobili, elettrodomestici, apparecchi radio e grammofoni, ecc.): tra questi soprattutto lo sviluppo del settore automobilistico sostenne l’intera fase di sviluppo economico. Dalle 500.000 auto prodotte nel 1913 si era passati, nel 1919, a quasi due milioni, nel 1923 a 4.180.000 (un raddopio in soli quattro anni che dimostra come il boom dell’auto sia stato essenziale nel favorire la "riconversione" della produzione militare in produzione di pace), fino agli oltre 5.600.000 del 1929. Nel boom americano di quegli anni l’auto ebbe una duplice funzione: da un lato, l’industria automobilistica in espansione stimolava una serie di altri settori industriali (siderurgia, gomma, vetrerie, fabbriche di parti meccaniche); dall’altro, la massiccia penetrazione dell’automobile nella vita di milioni di americani cominciò subito ad influenzare lo stile di vita, ispirando nuove esigenze e nuovi consumi (la diffusione dell’automobile favoriva -ad esempio- il passaggio dalla spesa quotidiana all’abitudine di grandi spese settimanali, o addirittura mensili, che a loro volta richiedevano nuovi strumenti di conservazione dei cibi come il frigorifero). Tra un boom basato essenzialmente sull’espansione degli acquisti di beni di consumo e la stabilità dei salari vi era però una profonda contraddizione. Gli investimenti e l’aumento della produttività portavano ad un continuo incremento della produzione cui non corrispondeva un proporzionato incremento del potere d’acquisto dei lavoratori, cioè della massa dei possibili acquirenti."
 
"Un elemento essenziale del boom era stata la politica di bassi tassi di interesse che aveva permesso ad un gran numero di persone, anche con reddito basso, di acquistare case e beni di consumo durevoli con pagamenti rateali, mutui ed altre facilitazioni."
 
"Una seconda contraddizione era data dal sistema finanziario americano. Come la frammentazione e la mancanza di organi centrali di direzione erano fonti di squilibri nei rapporti tra l’America e il mondo, così lo erano anche per la situazione economica interna: gli Stati Uniti mancavano di autorità finanziarie in grado di correggere le distorsioni che si venivano man mano creando nell’economia. Tanto più che per tutti gli anni Venti essi furono dominati da amministrazioni repubblicane, convinte che la sola politica economica corretta praticabile dalle autorità federali fosse l’astensione da ogni intervento in economia, convinte cioè che le forze economiche lasciate a sè stesse possedessero capacità di autoregolazione sufficienti ad uno sviluppo ininterrotto."
 
 "Una terza contraddizione, più contingente ma di grande rilievo, era costituita dal gande boom speculativo che cominciò a manifestarsi attorno al 1926. La politica di "denaro facile" che consentiva anche ai privati di prendere a prestito denaro dalle banche a tassi di interesse quasi irrisori, e la crescita costante dei profitti delle aziende cominciarono a spingere -attorno alla metà degli anni venti- un consistente numero di risparmiatori verso l’acquisto di titoli, dapprima con i propri risparmi, poi sempre di più con denaro preso a prestito."
 
"L’acquisto di titoli, finalizzato dapprima all’investimento di denaro in un reddito quasi sicuro e crescente (in quanto con l’aumento dei profitti anche i dividendi distribuiti ai risparmiatori erano in aumento) , cambiò ben presto obiettivo: man mano che il mercato si allargava, e sempre nuovi clienti acquistavano titoli, il valore delle azioni cresceva, per cui chi aveva comperato in precedenza ad un prezzo più basso poteva ora rivendere ad un prezzo più alto, o addirittura moltiplicato. La differenza di prezzo tra il più alto valore successivo ed il più basso valore precedente costituiva in genere un profitto assai più elevato di quanto potesse essere fornito anche dal più sontuoso dei dividendi. A partire dal 1926-27 la maggior parte dei nuovi clienti che affluirono alla borsa erano interessati più a questo tipo di profitto che ai dividendi: i fenomeni speculativi furono moltiplicati, e aggravati, dal diffondersi di transazioni bancarie volte appunto a favorire la speculazione. A sua volta, la speranza di facili guadagni, aiutata dalla persistente disponibilità di denaro, favorì sia l’accesso di sempre nuovi clienti alla borsa sia l’aumento degli acquisti per cliente. Era un circolo vizioso che sembrava potesse non spezzarsi mai: l’allargarsi del mercato favoriva il rialzo dei prezzi, che permetteva ai detentori dei titoli di ottenere -rivendendoli- profitti elevatissimi; ciò incoraggiava nuovi acquirenti a comperare e i vecchi ad allargare le proprie operazioni......"
"Tra il 1924 e la fine del 1928 il valore medio dei titoli..........salì da 106 a 331. Negli stessi anni il volume delle cosiddette operazioni di prestito a margine (la forma più diffusa di finanziamento della speculazione) era cresciuta da circa due milioni di dollari ad oltre 5.700.000."
"Nel corso del 1929 si ebbe una ulteriore accelerazione. In agosto la media del valore delle azioni era salita a 449 (oltre quattro volte quella di cinque anni prima); i prestiti a margine erano saliti a 7 milioni di dollari"
"La prima netta caduta delvalore dei titoli si ebbe il 18 ottobre. Nei giorni successivi le vendite si moltiplicarono a valanga, ripetendo (ma in maniera molto accelerata) quello che era avvenuto in precedenza per gli acquisti. Avviato il declino dei valori, i detentori cercavano di disfarsi delle azioni al più presto, sperando di contenere il più possibile le perdite. Il crollo diventava così sempre più precipitoso, anche perchè le operazioni speculative, servite a tenere artificiosamente alti i valori negli anni precedenti, agivano in senso opposto: le banche chiedevano l’immediato rimborso dei prestiti speculativi, costringendo quindi i clienti a cercare di procurarsi liquidi al più presto, il che richiedeva la vendita dei titoli, il cui valore cadeva ulteriormente"
"A metà novembre l’indice del valore medio delle azioni era calato a 224, meno della metà dei valori raggiunti tre mesi prima. Era solo l’inizio: nei tre anni successivi l’indice sarebbe sceso ancora fino a 58; i valori delle azioni di molte aziende si sarebbero praticamente azzerati."
"Nei tre anni e mezzo successivi l’economia statunitense conobbe un costante aggravamento della recessione. La produzione industriale diminuì di circa la metà (-47%), con un declino di particolare gravità nelsettore dei beni destinati alla produzione; gli investimenti decaddero a tal punto che in molti settori non si procedette neppure al rinnovo dei macchinari ormai inutilizzabili; i prezzi agricoli caddero di oltre il 50%. Più di 5000 banche dovettero chiudere, trascinando con sè i risparmi di milioni di persone."
"Se è vero che il crollo in borsa fu solo una (e non la prima) delle manifestazioni della crisi incipiente, è vero anche che esso ebbe un peso decisivo. E’ a partire dalla fine dell’ottobre 1929 che tutti si resero conto della crisi in corso: il che a sua volta promosse, in tutto il corpo sociale, reazioni di difesa destinate ad allargare ulteriormante la recessione. Risultarono inefficaci sia i tentativi dei maggiori "banchieri d’affari" di sostenere artificiosamente la borsa, che quelli delle forze politiche dominanti di contenere il panico."
"La catastrofe abbattutasi sull’economia americana non poteva non far sentire i suoi effetti sul complesso dell’economia mondiale, profondamente condizionata dalla produzione e dagli scambi con gli Stati Uniti. Tra il 1929 ed il 1932 gli investimenti nel mondo segnarono una caduta complessiva del 55%; la produzione industriale del 37%; il volume degli scambi internazionali, del 25%."
"La crisi aveva alla propria origine contraddizioni assai simili a quelle che, alla metà degli anni settanta dell’Ottocento, avevano provocato la Grande depressione: prevalenza dell’offerta di beni sulla domanda; difficoltà da parte del mercato di assorbire l’accresciuta produzione; squilibri tra i differenti settori produttivi e insufficienza o totale assenza di strumenti di governo dell’economia. La tentazione immediata fu quella di utilizzare gli stessi rimedi di allora: protezionismo, lotta senza quartiere per la conquista dei mercati, irrigidimento delle politiche sociali."
"Negli ultimi decenni dell’Ottocento ci si era illusi di eliminare l’irrazionalità dello sviluppo industriale e la sua "tendenza alla crisi" attraverso la razionalizzazione della produzione ed il controllo del mercato mediante i monopoli. Questi rimedi avevano però accentuato drammaticamente la causa fondamentle delle crisi: lo squilibrio tra capacità produttiva (offerta) e capacità di consumo (domanda), tra produzione industriale e livelli salariali. La razionalizzazione produttiva aveva infatti aumentato il potenziale produttivo dell’industria, ma non la capacità di consumo di massa."
"La crisi del 1929 aveva permesso di constatare un altro fatto: il ciclo economico una volta entrato in fase di recessione, non era in grado di riequilibrarsi sulla base dei soli meccanismi automatici del mercato, anzi, finiva per avvolgersi in una spirale negativa, perchè tra le strategie dei singoli soggetti economici e le esigenze complessive delsistema esisteva una sfasatura inevitabile."
"L’incapacità della amministrazione Hoover di contrastare gli effetti della crisi economica apertasi nel 1929 favorì l’elezione del democratico Franklin D. Roosvelt nel novembre del 1932. Egli avviò una azione di governo caratterizzata da un forte intervento dello Stato in economia, da provvedimenti assistenziali ed imponenti opere pubbliche, al fine di allargare l’occupazione e di aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori."
"Una vera e propria espansione si sarebbe manifestata solo a partire da 1939, quando con la guerra in Europa si sarebbe arrivati ad un effettivo e duraturo rilancio dell’economia
. Ma allora, per usare la frase dello stesso Roosvelt, il "dottor New Deal" aveva lasciato il posto al "dottor Vinciamo-la -guerra"

(PeppinoOrtoleva e Marco Revelli "Storia dell’età contemporanea" Ed. scolastiche Bruno Mondadori 1993)

Sottolineature mie ad evidenziare i nodi problematici(!) (Zorro)

(continua) 


Terza ed ultima puntata lunedi 7 luglio 2014

Decisamente impressionante. Non sappiamo voi, ma noi siamo letteralmente esterefatti.
Leggendo sulle righe e tra di esse possiamo farci una idea abbastanza attendibile e precisa riguardo a molte, importantissime, cruciali questioni che ci riguardano. Oggi.
La storia, evidentemente, si ripete. Le analogie sono sconcertanti. Così come è sconcertante la "incapacità" di trarre conclusioni pertinenti dalle vicende storiche. Conclusioni peraltro a portata di mano. Evidentemente, allora, non si tratta di incapacità. Ma di ben altro e ben più complesso. Oltre che di ben altra natura. Sarebbe interessante cercare di sviscerare in questa direzione. Magari lo faremo se l’incomparabile Zorro continuerà a darci una mano. Ma torniamo a noi.
Alla domanda iniziale ovvero se la Storia può insegnarci qualcosa, la nostra risposta è quindi totalmente ed assolutamente affermativa. Non solo può insegnarci qualcosa ma può spiegarci l’apparentemente inspiegabile sul perchè siamo messi malissimo oggi e qui. Ma attenzione. Si deve trattare di Storia con la esse maiuscola come quella di Ortoleva e Revelli. C’è modo e modo infatti, come abbiamo accennato, di raccontara la storia. E quindi di fare storia. Altro bel capitolo da sviscerare in futuro. Ma torniamo a noi e vediamo di fare, anche qui, un piccolo elenco di insegnamenti
 
1.
Quella nella quale ci stiamo addentrando, alle soglie del terzo millennio, non è nè la prima nè la seconda, ma la terza crisi storica di portata epocale del sistema socioeconomico nel quale viviamo. Leggendo i tempi sui quali si sono sviluppate le due precedenti possiamo ipotizzare che, con ogni probabilità, siamo solo agli inizi.
2.
Al di là dalle differenze, che pure esistono, le analogie -relativamente alle cause ed alle dinamiche- della prima crisi epocale, della seconda, e di quella attualmente in corso, sono veramente impressionanti. Al punto che potremmo persino tentare di estrarre dal ripetersi, quasi in fotocopia, di determinate costanti, una sorta di "legge delle crisi".
3.
La sovrapproduzione quale reale causa scatenante. Fattore chiave attinente alla economia reale. Sempre al termine di una fase di sviluppo "tumultuoso", - più pertinente potrebbe essere il termine "scriteriato"- che precede immancabilmente la Crisi. Al punto che potremmo individuare nella "Crescita" la retrocausa "occulta" delle crisi. Alla luce di questo dato il continuo richiamo alla necessità di far ripartire la crescita trdisce tutta la patetica impotenza dell’attuale sistema di "pensiero". Come pretendere di curare un ammalato con........la malattia.
4.
L’estrema difficoltà per non dire impossibilità del modello economico nel quale viviamo di autoregolarsi.
5.
L’estrema difficoltà di regolamentazione dall’"esterno" ( opposizione dei potentati economici, degli apparati burocratici, delle autorità varie, delle forze conservatrici, della impotenza di quella che dovrebbe essere la politica, ecc. ecc.)
6.
Il ruolo dei grandiosi sommovimenti finanziari che disvelano all’"improvviso" uno stato complessivo delle cose, economico e non, che affonda le proprie radici nella sovrapproduzione produttiva (economia reale). Sommovimenti finanziari scambiati spesso e volentieri, come oggi, per cause prime scatenanti mentre sono in realtà conseguenza dell’arresto della crescita.
7.
La potentissima retroazione dello scompiglio finanziario sulla situazione complessiva di tipo economico, e non, una volta instauratasi la spirale recessiva.
8.
L’indebitamento, privato o pubblico che sia, quale espediente principe per "drogare" il mercato. Vale a dire per far assorbire forzosamente al mercato quello che esso non riesce più ad assorbire.
9.
La pericolosità di tale espediente, vera e propria arma a doppio taglio, che se sul breve periodo ottiene gli effetti desiderati di espansione (o meglio di contenimento della contrazione) si trasforma, letteralmente dall’oggi al domani, in fattore di devastante destabilizzazione. Economica, finanziaria e sociale. Vedasi, per esempio e ai giorni nostri, la tragica vicenda dei primi fallimenti bancari del 2007 negli U.S.A. (mutui sub-prime).
10.
La guerra come elemento "risolutivo" delle Crisi Epocali del modello economico. A spaventosi costi umani, sociali e culturali. A questo proposito non sarebbe fuori luogo, ci pare, nutrire qualche preoccupazione oggi e qui. Il "pazzo" che butta il cerino è sempre disponibile sul "mercato" della Storia.. E quando intorno al "pazzo" c’è una polveriera il risultato è inevitabile. Radere al suolo tutto, quando le crisi non si risolvono in altro modo, é un "ottimo espediente" per rilanciare crescita e sviluppo. Vedasi il "glorioso" trentennio di ininterrotto sviluppo che ha fatto seguito alla seconda, ancor più catastrofica della prima, guerra mondiale.
 
Riguardo invece ai connotati della terza crisi epocale, quella attuale, iniziata circa sei anni fa ma preparata da almeno un ventennio di "rallentemento", ci sembra doveroso far notare che essa presenta, oltre a molte analogie con le due precedenti, caratteristiche peculiari. Caratteristiche che la rendono, se possibile, ancora più intricata. E precisamente:
a.
la vastità della crisi sia in senso spaziale (il globo terracqueo) sia in senso funzionale (nessun settore dell’umano esistere ed agire viene risparmiato);
b.
la profondità della crisi nel senso che essa non riguarda aspetti marginali o parziali;
c.
la qualità della crisi nel senso che essa si presenta quale intreccio organico di una miriade di "sottocrisi" che si rafforzano a vicenda tra loro;
c.
il fatto che i cosiddetti "margini" di "sviluppo" ovvero gli spazi liberi, fisici, economici, politici, culturali e sociali, che possano consentire uleriore crescita, sono in fase -alle soglie del terzo millennio- di definitivo esaurimento.
 
Teniamo infine presente che le tre sulle quali abbiamo focalizzato l’attenzione sono le crisi storiche di portata epocale del modello socioeconomico nel quale viviamo. Molte centinaia di altre, meno gravi, si sono succedute nell’arco di due secoli circa. Al punto che l’essere perennemente in crisi sembra proprio la caratteristica dominante di questo modello.
 
 
Ragazzi, ottima messa a punto estrapolativa(!!). Che collaborazione! Fantastico. Mi sto divertendo un sacco. Speriamo che così sia anche per i nostri sparuti lettori. Ma la sezione commenti resta, a parte qualche insigne eccezione, desolatamente vuota. Ma non disperiamo e torniamo a noi.
Finalmente ho capito che cosa non mi ha mai convinto, non mi convince e perchè.
Finchè stiamo sulla circonferenza di un cerchio, virtuoso o vizioso che sia, non potremo mai capire che cosa lo ha fatto nascere e che cosa lo fà girare pervicacemente in tondo non portandoci da nessuna parte. Eppur, se vizioso come nel nostro caso, seminando distruzione in ogni modo e per ogni dove. Ma io mi dico: vorremo prima o poi incominciare a parlarne seriamente di queste faccende? E se a proposito di queste cruciali e importantissime faccende c’è il silenzio più assoluto e generalizzato quale potrà mai essere il
vero motivo? Ma i famosi "tabù" non erano un fenomeno psicoculturale(!!) tipico delle ere primitive, premoderne, prescientifiche e pretecnologiche nelle quali gli umani erano poco più che timorosi scimmioni? E allora?? Come lo spieghiamo questo assordante silenzio? C’è qualcuno che può darci dei lumi? Se c’è lo ringraziamo anticipatamente. Anche se non scriverà un illuminante commento nella sezione commenti. Così, per il solo fatto che c’è e che potrebbe scriverlo. Grazie carissimi ed a presto. Dimenticavo: un sentitissimo grazie di cuore ai Professori Peppino Ortoleva e Marco Revelli.


Il vostro scapestrato collaboratore.
 
(fine) (provvisoria)
 

se vuoi comunicare con noi l'indirizzo è pensieridizorro@gmail.com 

mercoledì 18 giugno 2014

La fisica e il far soldi!





Caro GRUV,
Qualche giorno fa', rovistando tra vecchie cose e ricordi di scuola, mi sono ritrovato a sfogliare un libro di testo delle medie dal titolo interessante: "FISICA E NATURA".
Leggo che la fisica, appunto, studia la natura e cerca di carpirne i più intimi segreti: perchè l'acqua bolle, cosa succede quando accendo un fuoco, perchè le mele sono attratte dal suolo, quali forze entrano in gioco quando sposto un sasso di 50 kg per 100 metri......ecc.
Fantastico poi ritrovare le famose leggi della fisica, come quella della termodinamica: "Nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma....ed ogni trasformazione richiede una spesa di energia...."
Ecco! Umilmente la fisica ci ricorda che in natura non si può creare nulla, ma che ogni attività costa fatica, energia ed è sottoposta ad inevitabili perdite!
La nostra amata automobile (che, paradossalmente, significa "che si muove da sola") ne è la prova lampante: per spostare 70/80 kg (il passeggero) devo spostarne altri 1000 ( l' auto stessa) e dell'energia che ci metto (benzina) alla fine solo il 30/40% si trasformerà in lavoro utile (ruote che girano ecc.) il resto si perde trasformandosi in calore, (tanto che se non ci fosse il raffreddamento il motore letteralmente fonderebbe) e nocivi scarti di combustione!
Bene! Che centra la Fisica con il far soldi?
Non saprei ma, come al solito, qualcosa non mi convince: per la Fisica è "naturale"considerare che ogni interazione implica l'impossibilita' di guadagno illimitato, anzi bisogna sempre considerare le perdite! Per un'altra "scienza" invece, l'Economia (che con la natura pare abbia poco a che fare!) è "naturale" che se metto 100 di investimento mi devo aspettare 200-400-1000 di guadagno, un "miracolo" di moltiplicazione dei pani e dei pesci....!
E le perdite? Sembra non siano considerate, ma ci sono eccome: si chiamano risorse naturali saccheggiate, ambiente devastato, clima alterato, esseri umani ridotti in schiavitù, lavoro sprecato per produrre cose inutili, rifiuti che ricoprono il mondo.....e si potrebbe continuare!
Lo so,corro il rischio di sembrare il solito sognatore romantico, ma se ,qualche volta, gli economisti si ricordassero della Fisica.....   



                                                                                     Vostro affez.mo Zorro                                                                                                                                   

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martedì 6 maggio 2014

Discutibili Dogmi...... Indiscussi



5 maggio 2014



Hei ragazzi, vi ricordate la mia sovversivissima tesi di contestazione dell’ indiscusso e indiscutibile dogma "INVESTIMENTI + IMPRESA = LAVORO ?"

(Vedi precedente post dal titolo " Incredibile!! Si è fatto vivo il Sergente Garcia!)
Proprio ieri l’altro, primo di maggio, festa dei lavoratori e del lavoro, mi sono imbattuto per puro caso, in un passaggio riportato dalla ponderosa Enciclopedia Einaudi, alla voce "Lavoro" redatta da Tadeusz Kowalik che vi riporto integralmente di seguito.
La mia sovversivissima tesi di contestazione radicale del Dogma Economico, ancorchè puramente intuitiva trova cosi, mi sembra, una autorevolissima conferma! O no? Voi cosa ne dite? In ogni caso tu pensa quando si dice la casualità degli eventi, concettuali e non, vivaddio!




".............Rispetto al problema della disoccupazione, l’investimento è al tempo stesso una cura per la malattia e la causa di mali ancora più gravi per il futuro..............................Fino a un certo punto gl’investimenti hanno un effetto stimolante sul ciclo economico, in quanto la loro esecuzione assorbe materie prime e attrezzature, nonchè lavoro, aumentando così la domanda e quindi anche i profitti guadagnati........(omissis)...... Dopo di che viene in primo piano l’altra faccia dell’investimento, e precisamente nel momento in cui esso riduce la domanda e accresce l’offerta, provocando riduzioni cumulative dell’occupazione e della produzione.
Ci troviamo qui di fronte a uno dei più vistosi paradossi dell’economia ......(omissis)..... Un’espansione della capacità produttiva, che equivale a un accrescimento della ricchezza sociale, anzichè contribuire a una migliore soddisfazione dei bisogni si rivela essere una sventura, poichè si risolve in una crisi di sovrapproduzione e in una caduta dell’occupazione e del reddito nazionale. E soltanto in seguito alla successiva crisi e depressione, solo dopo che quest’ultima abbia assolto alla sua funzione di depurazione, diventa possibile che nuovi investimenti si traducano in un aumento del grado di utilizzazione delle fabbriche esistenti.
Michal Kalecki, che fece il suo tirocinio come economista sulle opere di......(omissis)......, descrisse una volta questo mondo alla rovescia......(omissis)......servendosi dell’esempio seguente.
Egli si chiese ironicamente che cosa si dovesse fare per aumentare la redditività di una linea ferroviaria sottoutilizzata, e rispose: bisognerebbe costruire, a fianco della prima, una nuova linea ferroviaria. Molti lavoratori troveranno impiego in tale opera; la vecchia ferrovia permetterà loro di recarsi al lavoro, e trasporterà i materiali necessari; i redditi dei lavorarori spesi nelle vicinanze del cantiere di costruzione aumenteranno la domanda; la situazione degli affari in questa zona, in precedenza depressa, migliorerà e la vecchia linea ferroviaria sarà più intensamente utilizzata. E quando, dopo il compleatamento della nuova ferrovia, entrambe le linee daranno basso reddito, si dovrebbe allora costruirre una terza linea o, meglio ancora, una terza e una quarta contemporaneamente. E’ una evidente assurdità: ma secondo Kalecki tale assurdità è insita non nel ragionamento, in quanto esso sia erroneo, bensì nel sistema sociale stesso a cui il ragionamento si applica, e precisamente nel separare, come fa tale sistema il valore della merce dal suo valore d’uso, nel subordinare la produzione al perseguimento del profitto anzichè ai bisogni sociali.................."
(Tadeusz Kowalik, voce "Lavoro" Enciclopedia Einaudi, grassetti miei)




Mi rendo conto che il concetto dianzi esposto dall’impareggiabile buon Kalecki è troppo semplice per essere facilmente recepito da menti terribilmente ingarbugliate come quelle che vanno per la maggiore di questi oscurissimi tempi. Cionondimeno applicandovi ripetutamente e con giocoso sforzo potrete, alla fine, penetrarne il sovversivissimo, semplicissimo senso. Non sarà facile. Ma quando ci arriverete, sempre che ci arriviate, sarà
rivelatorio. Parola di Zorro. Vivaddio!
Come avrete notato ci sono alcuni "omissis" nel testo citato. Seri motivi di indicibilità mi hanno spinto alla cosa. Anche per vivacizzare un tantino la situazione potremmo, carissimi del GRUV, lanciare un concorso a premi tra i lettori. Chi sarà in grado, entro l’anno in corso, di rivelare il contenuto dei tre "omissis" riceverà un magnifico premio in natura. Viceversa, scaduto il termine, riverleremo noi il contenuto dei medesimi in apposito post. Cosa ne dite della bella idea?

 

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venerdì 18 aprile 2014

Incredibile!! Si è fatto vivo il Sergente Garcia!

venerdì 18 aprile 2014



Ragazzi, non potete davvero capire la mia abissale gioia. Primo per il fatto che qualcuno ha finalmente rotto l’ammutolito silenzio che ci circonda. Eppure di lettori, vivaddio, ne abbiamo alcune
decine. Secondo perché indovinate di chi si tratta.......nientepopodimeno che del.....sergente Garcia
in carne (tanta) ed ossa. Mi sembra di essere tornato improvvisamente gagliardo come ai bei
vecchi tempi di rocambolesche, appassionate, appassionanti avventure! Ma bando ai sentimentalismi
ed alle sentimentalistiche ciance. Carissimo, finalmente ritrovato, sergente Garcia! Non puoi sapere
quanto mi sei mancato. A te la parola.




“Caro Zorro, vedo con piacere che, nonostante l'età sei sempre sulla breccia.
Dovresti ricordarti di me, sono quel "coglione" del Sergente Garcia, parafulmine di
ogni disgrazia.
Quando poi mi hanno congedato dall'esercito, per limiti di .... peso, tu sei stato così
gentile di venirmi a salutare per augurarmi un sereno riposo.
Purtroppo la tua frequentazione ha prodotto in me questo amore sviscerato per la
lotta contro i mulini a vento.
Ho provato a fare qualche riflessione, ma come al solito nessuno mi ha preso sul
serio.
Ora vedo che tu stai utilizzando questi nuovi mezzi di comunicazione, ma ho visto
che la sezione commenti, resta desolatamente vuota.
Allora, ho pensato, per la simpatia che a te mi lega, per le battaglie (finte) che in
passato abbiamo ingaggiato, per la mia "coglionaggine" alla quale tu facevi finta di
credere, di rivitalizzare quel nostro consolidato rapporto, inviandoti alcune mie riflessioni sul tema lavoro da me scritte un po' di tempo fa.
Spero di farti cosa gradita.
Oh, se ritieni che non siano all'altezza .... cancellale.

Ciao De La Vega detto Zorro

Ti saluta cordialmente il tuo irriducibile avversario
Sergente Garcia”
Scusate ma la stramaledetta macchina non riesce a fare le righe allineate. Vivaddio!!

Ed ecco le interessanti riflessioni del Sergente sul tema “Lavoro”.





Lavoro

Questa è una parola che, soprattutto oggi in tempo di profonda crisi, ha assunto un significato centrale nella nostra vita e provoca anche stati d’animo diversi: serenità e tranquillità in chi è occupato stabilmente, angoscia e preoccupazione in chi lo sta per perdere, speranza in chi lo sta cercando, frustrazione in chi non trova un’occupazione stabile, rabbia e risentimento in chi si sente sfruttato.
Anche sotto questo aspetto l’ Italia è in una situazione tragica, grazie non solo ad una classe politica inadeguata e scarsamente lungimirante, ma anche a significativi errori di politica sindacale ed ad una colpevole rinuncia di molti imprenditori ad investire, preferendo, a volte, vendere la propria azienda a qualche concorrente, il più delle volte straniero.
Perché non si investe allora?
Ma tutti sanno che oggi non si investe perché le banche non concedono finanziamenti, la burocrazia (altra riforma mancata) è capace di uccidere ogni iniziativa, le tasse sono insostenibili, visti i margini che le aziende possono sperare di ricavare dal mercato. Se qualcuno lo avesse dimenticato, è il mercato che stabilisce il prezzo di vendita dei prodotti e da questi vanno tolte tutte le spese, per capire se si guadagna o no. E’ fisiologico quindi che prodotti a basso contenuto tecnologico e ad alto contenuto di manodopera, le “commodities” per intenderci, non possono avere futuro, il costo del lavoro, dovrebbe essere pari a zero.
L’Italia industriale ha sprecato colpevolmente le opportunità offerte dall’introduzione della moneta unica, invece di innovare ha preferito la “finanza”. La crisi odierna è drammatica, tutti ne parlano, ma non emergono proposte percorribili. La verità è che nessuno sa cosa fare.
Prendiamo atto che non siamo più un paese industriale. L’industria italiana
contribuisce con un 20% alla formazione del PIL, mentre l’industria tedesca partecipa con il 30%. Ben 37 aziende tedesche sono presenti nella speciale classifica mondiale delle 500 più importanti del pianeta. Per anni ci hanno imbonito dicendo che la piccola industria era la nostra salvezza, ma alla resa dei conti, queste si sono rivelate economicamente troppo deboli. Ripartire sul piano industriale, appare impossibile.
Abbiamo perso il treno a metà degli anni 70, durante la crisi provocata dal primo
shock petrolifero. Invece di razionalizzare il comparto produttivo, come del resto
suggeriva il buonsenso e come invece hanno fatto in Francia e Germania, in Italia, complice un Sindacato reso cieco dall’ideologia, il mondo politico ha dilapidato
Immense risorse per mantenere in vita aziende ormai decotte. Più si produceva,
più si perdevano soldi. Per sostenere queste innaturali situazioni, si è provveduto a tagliare ciò che non era strettamente legato alla produzione e questo ha significato la morte di molti Centri di ricerca italiani. Decisione criminale questa che ha privato le aziende degli strumenti necessari per l’innovazione.
Da qui però bisogna ripartire.

Oggi di lavoro non ce n’è per tutti e quello che resta è continuamente in pericolo, perché sono le aziende che danno lavoro
e se queste sono scarsamente
attrezzate per reggere la concorrenza, bisogna aiutarle a superare questi ostacoli (investimenti, internazionalizzazione, sviluppo tecnologico, ecc.).
Sembra una banalità, ma se non ci sono le aziende, il lavoro non c’è. Allora
per creare lavoro bisogna agire a monte e rimuovere le cause che impediscono la nascita di nuove aziende e la creazione di nuovi posti di lavoro. Già, assumere, ma gli ultimi provvedimenti presi dal governo ampliano l’area della precarietà, rendendola quasi ... eterna. Quasi a sottolineare che il posto fisso è un disvalore. E’ normale?
Ma lo sanno ormai anche i sassi che se hai un lavoro precario, ti è impossibile
formare una famiglia, acquistare una casa, insomma fare progetti a lunga scadenza.
E questo sarebbe il paradisiaco futuro?
Allora, invece di raccontarci “palle” che si vada a vedere cosa succede nei Paesi
vicini: Germania, Svizzera, Olanda, Belgio, ecc. e poi si parli. L’orizzonte non è né al Sempione, né al Brennero.
Oggi bisogna tamponare le falle difendendo quello che ancora c’è, promuovendo
all’estero l’industria italiana avara di sbocchi internazionali.
Ma questo, basta ad innescare la crescita? Certo che no. Se non si agirà con decisione a rimuovere tutti gli ostacoli, che si frappongono alla realizzazione degli investimenti, non c’è riforma del lavoro che tenga, la situazione certamente non migliorerà.

Manuel Garcia


Carissimo Sergente,
concordo con te su quasi tutto. I due grassetti sottolineati nel tuo “pezzo” sono miei. Ad evidenziare il nodo problematico.
Nel merito la mia sovversivissima tesi è la seguente: a questo punto è la formula stessa
Investimenti + Impresa = Lavoro
che non funziona più. Ora stiamo vedendo in Italia quello che
tra non molto succederà in Francia, in Germania in USA e persino negli “emergenti” una volta che saranno “emersi” del tutto. Cina turbo-capital-comunista compresa. Siamo solo agli inizi.
Altro che ripresina! Il motivo è semplice. Non sfuggirebbe ad un bambino di terza elementare.
Se non si vende più perchè di cose da vendere ce ne sono troppe ed il mercato è strasaturo di tutto, quale mai imprenditore dovrebbe, e per quale stramaledettissima ragione, investire denaro in nuove e maggiormente produttive attività produttive visto che lo scopo primo e ultimo di qualsiasi investimento in denaro è quello di vendere per guadagnare denaro???? E allora guadagnamo lo stesso con il Grande Gioco Finanziario Globale. Oppure,semplicemente, ritiriamoci a fare la bella vita! Altro che Impresa!
Ma il concetto centrale, pur semplicissimo sfugge, chissà perchè, a tutti. Grandi economisti  compresi. E forse anche a te. A questo punto si tratta nientepopodimeno che di.....reinventare
l’economia! Cosa è? Cosa dovrebbe essere? A cosa serve? A cosa dovrebbe servire?

A vendere non importa che cosa, per guadagnare

 
o a produrre CERTE cose e in quantità ADEGUATE allo scopo di realizzare un PROGETTO DI VITA.

E ancora, QUALE PROGETTO di vita?


Viva l’ingenuità e gli ingenui come noi!! Che osano ancora porsi, e porre, domande impertinenti.

Ma molto, molto pertinenti! Forse TROPPO pertinenti! Vivaddio!!!!

Per un approfondimento della misteriosa questione e dei misteriosi motivi per i quali una cosa tanto elementare non viene nemmeno presa in considerazione, ti rimando alla lettura, se non lo hai già fatto, di questi post:

-Manca lavoro?? (sei dicesi sei puntate)
-Creare lavoro o.....posti di lavoro? (una sola puntata)

-Avere di che vivere o....vivere per avere? (una sola puntata)
-L’ultima puntata de “Il novello Primo ministro tirerà fuori l’Italia dalla palude o.....si impaluderà pure lui?”. Ma puoi leggerti anche quelle precedenti.


Per concludere degnamente, carissimo Sergente, ho per te personalmente, lodevolissima eccezione, una domanda che mi assilla da tempo. Perchè, secondo te, pur avendo noi (permettimi
di considerarti ormai arruolato a pieno titolo nel Movimento di Resistenza Umana) alcune decine di lettori, la sezione commenti resta pervicacemente, inspiegabilmente, tristemente, desolatamente VUOTA???

In attesa di lumi ti saluto cordialissimamente,

tuo aff.mo Zorro
 
 
 
 
 

   





 

 




 
 






lunedì 10 marzo 2014

Il Novello Primo Ministro tirerà l’Italia fuori dalla palude o.....si impaluderà pure lui?


Prima puntata 10 marzo 2014




C’è qualcosa che non mi convince. Matteo Renzi, il Novello Primo Ministro ci assicura che in quattro e quattrotto tirerà l’Italia impaludata fuori dalla palude. Dice che taglierà spese, tasse, costi dell’energia per le imprese, "cuneo" fiscale, e altro. Poi sanerà i debiti secolari della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori. Poi darà sussidi di Disoccupazione Universale. Poi ancora interverrà sull’edilizia scolastica. Poi sfoltirà la giungla dei contratti dove ognuno fà quello che gli pare. E, come se non bastasse, abbatterà la burocrazia soffocante che ci soffoca da....sempre.
Lo ripeto. C’è qualcosa che mi convince poco. A parte lo sterminato elenco di cose che improvvisamente si possono fare, le domande che mi sorgono spontanee sono almeno due:

1.
Tagliare spese? Ottima cosa che non solo non costa niente ma fa risparmiare un sacco di soldi. Ma allora è (ed era) solo una questione di Grinta? Di averci gli "attributi"? Che il neo premier evidentemente ha. Oppure è una questione leggermente più intricata? Come la mettiamo con i carrozzoni strapieni di passeggeri, il clientelismo atavico, la pletora di legittimi interessi piccoli e meno piccoli che intorno alla Spesa Pubblica ruotano da tempi immemorabili? E con i lavoratori del Pubblico Impiego onesti e coscienziosi che si troverebbero a spasso? E in un frangente terribile come questo con il consumismo che già precipita e precipiterebbe ancora di più?

2.
Tutti gli altri tagli (tasse, costi energia, "cuneo") nonchè le "provvidenze"(pagamenti, sussidi, assegno universale, scuole nuove e più belle, tutele per i giovani a spasso e altro) costano un pacco di soldi! E dove diavolo li va a prendere? Ma non ci hanno detto e ripetuto che non solo non ce ne sono, di soldi, ma che siamo
sotto mica da ridere? E che i governanti ci dovevano, purtroppo, salassare con sacrifici e tutto per far tornare i conti che non tornavano? Ma allora sti soldi ci sono o non ci sono? Chi racconta balle? E a chi? Qualcuno le racconta. Di qui non si scappa. Ma non sappiamo chi. Per ora. L’unica cosa chiara è a chi. Le racconta. A noi. Come sempre.

No cioè si, c’è qualcosa che non mi convince per niente. Vivaddio!
 
 
Carissimo e impagabile Zorro,
lo ripetiamo, se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti! Non possiamo che confermare le tue sensazioni puramente intuitive di intrepido uomo votato all’azione. Noi da poveri intellettualoidi acciaccati possiamo soltanto corroborare con qualche dato molto, molto eloquente sul disastro che incombe nella inoppugnabile realtà reale della economia reale e con qualche considerazione di contorno sul metodo del nostro intrepido Novello Premier. Ma una terribile e non dilazionabile urgenza ci costringe a rinviarti alla prossima puntata che, te lo promettiamo, sarà pubblicata nel giro di pochissimi giorni.

A prestissimo quindi
tuo aff.mo GRUV




Seconda puntata giovedi 13 marzo (il giorno dopo la rutilante conferenza stampa del Primo Ministro)



Molto bene. La terribile, indilazionabile urgenza, è stata soddisfatta. Quindi possiamo, in tutta serenità, riprendere a ragionare. Abbiamo deciso di suddividere in paragrafi la complessa materia. Usciranno in distinte puntate ma in rapidissima successione. Le aggiungeremo, man mano, in calce alle precedenti. Quindi, carissimo Zorro, tieni sotto costante controllo il "post" del "blog" e.... occhio al cappello!

1.
La insostenibile durezza della realtà reale.


Nel coacervo di problematiche delle quali è impastata quotidianamente la nostra esistenza ci limitiamo, per ora, solo ed esclusivamente all’aspetto economico. Qualsiasi ragionamento che non partisse da qui sarebbe fuori luogo.

Alcuni dati di chiarezza solare.

Dal 2000 al 2014 perdita di 10 (dieci) punti di PIL in valore assoluto.

Tra il 2008 e il 2014

-PIL per abitante diminuito di 12 (dodici) punti.
-Consumi delle famiglie meno 8 (otto) per cento.
-Investimenti meno 28 (ventotto) per cento.
-Occupazione meno 7 (sette) per cento.
-Produzione industriale meno 25 (venticinque) per cento
-Occupazione più 3.500.000 (tremilioniecinquecentomila) senza lavoro.
-Persone alla soglia della povertà più 130 (centotrenta) per cento.
(fonte: Aurelio Regina Vicepresidente di Confindustria per lo sviluppo economico e l’energia, intervistato da Giorgio Zanchini nella trasmissione radiofonica di Radio 3 "Tutta la città ne parla" di mercoledi 5 febbraio 2014)

Fallimenti e chiusure di Imprese italiane nell’anno 2013.

110.000 (centodiecimila hai capito bene) Imprese italiane tra fallite e chiuse nel corso del solo 2013. Per la precisione 15.000 (quindicimila) fallimenti più 95.000 (novantacinquemila) liquidazioni volontarie con un aumento del 7,3% rispetto al 2012. Il che significa, facendo due conti che nel 2012 sono state "solo" poco più di 100.000 (centomila). Centomila nel 2012 più centodiecimila nel 2013 fa la bellezza di 210.000 (duecentodiecimila) nell’arco dei due anni. Nessun settore risparmiato. Taglia delle imprese: piccola e media.
(fonte Cerved Group)

Fallimenti nel produttivissimo Nord Est nel corso del 2013

più 19 (diciannove) per cento rispetto al 2012.
(Fonte Cerved Group)

Settore commercio e turismo anno 2013

Saldo tra attività aperte e attività chiuse meno 16.251 (sedicimiladuecentocinquantuno)

Anno 2014

Nel primo bimestre dell’anno in corso hanno chiuso 20.163 (ventimilacentossesssantatre) Imprese per un saldo tra aperte e chiuse pari a meno 15.000 (quindicimila)
(fonte Osservatorio Confesercenti)

A questo ritmo, alla fine dell’anno in corso il saldo tra attività aperte e chiuse potrebbe arrivare a meno 15.000 moltiplicato sei bimestri uguale a meno 90.000 (novantamila).
 
Questa, a quanto ci dicono, la durissima realtà della economia reale. La cosa corrisponde perfettamente e conferma la sensazione diffusa, puramente intuitiva, di sfacelo incombente. Anzi, già abbondantemente in atto. Da far tremare i polsi. Anche per un uomo votato all’azione come te, carissimo Zorro, c’è di che restare basiti. Figurati noi. Non sembra invece porre particolari problemi di nervi al neo Presidente del Consiglio. Basteranno la saldezza emotiva, i notevoli attributi cinetici, la determinazione, l’intrepido piglio, ad affrontare e soprattutto risolvere una spaventosa situazione del genere? Questa la domanda che ci assilla. E, per di più senza minimamente chiedersi in che tipo di situazione ci troviamo e quali sono le cause che l’hanno determinata? Sembra quasi che la questione sia priva di interesse ed importanza. Siamo in crisi. E tanto basta. Il fatto che si tratti di una ovvia constatazione che ci dice tutto e un bel niente non sembra turbare più di tanto gli animi. E non solo dei politici.

Ci permettiamo di proporre quindi una ipotesi di traccia di analisi, senza la quale possiamo sbatterci, o anche abbatterci, fin che vogliamo, ma senza la quale non potremo avere una idea sufficientemente precisa di dove siamo, cosa stiamo facendo e perchè. E di dove stiamo andando a parare.
Una situazione spaventosa come quella descritta dai dati succitati possiede alcune caratteristiche di rilievo. A nostro modesto avviso dovremmo parlarne.

a.

La spaventosa situazione economica è spaventosamente grave.
Nel senso che è in atto una vera e propria catastrofe imprenditoriale di portata storica. Nel sistema socio-economico in cui viviamo catastrofe imprenditoriale vuol dire catastrofe lavorativa quindi catastrofe occupazionale. Con tutte le catastrofiche conseguenze che ne derivano.

b.

La spaventosa situazione economica è spaventosamente intricata.
Nel senso che su di essa influiscono uno sterminato coacervo di variabili economiche, sociali, politiche, culturali, psicologiche, comportamentali, di geoeconomia politica continentale e planetaria, tenacissimamente intrecciate tra loro in un rapporto di maligna interazione reciproca.

c.

La spaventosa situazione economica è strutturale.
Nel senso che non è dovuta a questo, o a quel, o a quell’altro malfunzionamento, ma all’esaurirsi di un modello sviluppista basato su un certo tipo di crescita.

d.

La spaventosa situazione economica viene da lontano.
Nel senso che le radici del nostro essere oggi in piena catastrofe imprenditoriale, quindi economica, quindi occupazionale, è il risultato, per quanto paradossale la cosa possa sembrare a prima vista, di un modello sviluppista che se ha funzionato per circa un trentennio dopo l’immane catastrofe della seconda guerra mondiale -e su questo dovremmo riflettere- oggi, con ogni evidenza, non funziona più. In altre parole azzardiamo l’ipotesi che in quel tipo di crescita vadano ricercate le cause profonde del nostro essere in profondissima crisi oggi.
 
Già ti sentiamo inveire: "Hei professorini cosa diavolo vuol dire un certo tipo di crescita, vivaddio?"

A parte il fatto che nemmeno tu sei un ragazzino e dovresti aver vissuto di persona che cosa è capitato nei ruggenti anni del "miracolo" economico italiano, ti faremo lo stesso qualche esempio concreto. Così vediamo se riusciamo a capirci. E qui bisogna necessariamente aprire una breve parentesi.
Tra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni ottanta ti ricordi quali sono stati i grandi motori dell’economia?

1.

Produzione a tappeto e vendita a tappeto di automobili. Da una situazione nella quale i più benestanti possedevano la bicicletta siamo passati nel giro di trenta anni al primato mondiale di automobili per abitante. Oggi quasi ogni abitante, in media, possiede una automobile. Una crescita pazzesca. Mai vista prima. Fonte di posti lavoro e prosperità. Con qualche inconveniente ai polmoni, al sistema nervoso e al sovrappeso, ma lasciamo perdere. Automobile induce una quantità enorme di altre attività lavorative e non lavorative annesse e connesse. In fase di costruzione prima e in fase di utilizzo poi. Dai pneumatici ai gommisti. Dai meccanici agli elettrauto. Dalla assicurazione sulla responsabilità civile alle accise sul carburante. Dalle vacanze in Sicilia partendo da Torino in auto alle gite escursionistiche settimanali in montagna. Ecc. ecc. ecc. L’andirivieni continuo è diventato sempre più massiccio frenetico incessante. Con automobili di cilindrata e potenza sempre maggiori. ecc ecc. ecc. ecc. Insomma una immensa crescita economica e non solo.
Ancora automobili??? Ancor di più automobili????? Ma dove diavolo le mettiamo???
Ti sembra che non ne abbiamo abbastanza? Di automobili. E di questo tipo di crescita? Ti sembra che si possa far crescere ancora questo settore? Possiamo meravigliarci del fatto che in questo tipo di crescita non possiamo letteralmente più crescere? Nemmeno se lo volessimo. O non ti pare?

2.

Per far scorazzare milioni e milioni di automobili dal peso di mille Kg. per trasportare un passeggero di 75 Kg., e di immensi e velocissimi TIR per il trasporto di tutte le merci da trasportare, avanti e indietro in continuazione, l’Italia dalle Alpi al Mediterraneo, isole comprese è stata letteralmente tappezzata di autostrade. Prima a due poi a tre poi a quattro e infine -non proprio tutte è vero- a sei corsie per senso di marcia. Scegliendo tracciati spettacolari con grande impiego di arditissimi ponti e lunghissime gallerie. Tutte le strade statali sono state allargate e trasformate in quasi autostrade. Tutte le strade provinciali e comunali sono state rese più scorrevoli allargandole e modificandone i tracciati. Una immensità di lavoro, di posti di lavoro di cemento, asfalto, di montagne spostate e bucate, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. e quindi di crescita benessere e prosperità. Con qualche inconveniente per il territorio e per le modificazioni climatiche ma lasciamo perdere. Ancora strade e autostrade??? E di più????
Ti sembra che non ne abbiamo abbastanza? Ti sembra che ci sia bisogno di costruirne ancora e ancora di più?  Possiamo meravigliarci del fatto che la crescita non cresce più? Che questo tipo di crescita si è bloccato?

3.

Costruzione di case. Settore edilizio. Non c’e bel posto in Italia dai litorali marini, isole comprese, alle località montane o lacustri, per non parlare delle periferie metropolitane che, durante il "miracolo" e anche dopo, non sia stato letteralmente tappezzato di prime, seconde, terze, quarte e in qualche caso quinte e perfino seste case. Legali ed abusive. Di solito orribili. Abbiamo investito nel "mattone". Mentre i centri storici andavano e vanno in malora. Vai a farti una bella circumnavigazione della Sardegna,per esempio, in senso orario o antiorario come preferisci, e vedrai cosa significa devastazione ambientale in concreto.Una quantità di lavoro e posti di lavoro immane. Come ben sai la costruzione di case si tira dietro una infinità di altro lavoro. Dai falegnami ai fabbri agli elettricisti ai piastrellisti agli imbianchini, agli idraulici, e dio sa cosa. Qualche piccolo inconveniente per il territorio vuoi dal punto di vista idrogeologico vuoi da quello paesaggistico, ma lasciamo perdere. Lavoro, soldi, benessere e prosperità per tutti o quasi tutti. Per alcuni più che per altri ma lasciamo perdere.
Ti pare che manchinio case? Ti pare che potremmo costruirne ancora e poi ancora? Idea: forse se radessimo al suolo quelle sin qui costruite........ma lasciamo perdere le battute. Ti pare che questo tipo di crescita possa continuare? Possiamo meravigliarci del fatto che il settore edilizio sia in crisi?
E con lui una infinità di atri settori?

Ti abbiamo fatto solo tre esempi. Si potrebbe continuare . Ma fermiamoci qui se no la parentesi diventerebbe non breve.
 
A conclusione e tornando a bomba, la prima domanda allora è:
Il fatto che non cresciamo più non è, per caso, dovuto al fatto che siamo cresciuti

1.
TROPPO

e sopprattutto
2.
MALISSIMO per almeno mezzo secolo?

Subito dopo viene la seconda domanda:
Come mai di tutto questo non se ne parla quasi fosse un problema che non esiste e non la causa prima e remota del fatto che non cresciamo più?

E poi viene la terza domanda:
Possiamo pensare seriamente di far ripartire la "crescita" senza raccontarci che cosa è la crescita, da cosa dipende e non dipende e soprattutto per quale motivo la crescita ha smesso di crescere?


E infine la quarta e, forse, ultima domanda:
Rispetto a tutto questo ben di dio problematico quale senso può assumere un insieme di "misure", per quanto in pacchetto ben confezionato, se non quello di affannarsi con pannicelli caldi al cappezzale di un moribondo?



Terza puntata venerdi 21 marzo 2014 primo giorno di primavera


Ragazzzi, secondo me avete sosatanzialmente, perfettamente ragione.Tra le tante cose che mi convincono poco di questo ingarbugliato mondo ce ne sono alcune che mi convincono moltissimo. Una è la rivoluzionaria tesi che se si vende poco è perchè........c’è troppa roba da vendere! Geniale! Altro che diminuzione dei consumi! Basta vedere lo spaventoso traffico automobilistico e motociclistico alla domenica pomeriggio di questi splendidi fine settimana di estate anticipata. Certo un po’ anche quello, il calo dei consumi. Ma non di auto e di traffico. Per ora. Ma più automobili di così è un po’ difficile da immaginare....a meno che rottamarle appena escono dalla fabbrica per farne scatolette per la conserva... magari con incentivi statali per mantenere alta l’occupazione..... però...e le bretelle di collegamento incrociato che mancano tra le strade, le superstrade e le autostrade? Per non parlare del potenziamento delle circonvallazioni e tangenziali urbane e metroplitane superintasate che non ricevono! NON RICEVONO. Capito? Se ce n’è ancora di bisogno! E di spazio libero per costruirle!! Voi l’avete detta come battuta ma radere al suolo case e palazzi sfitti invenduti e inutilizzati sarebbe un ottimo e intelligente modo di rilanciare il settore edilizio... potremmo persino avere qualche praticello in più. Di quelli che una volta c’erano e che se li sono mangiati lo sviluppo e l’enorme bisogno di casa. Oltre a creare spazio libero per il potenziamento della rete stradale vivaddio! L’idea è tutt’alto che scema. Mica un caso che il "miracolo economico" è venuto dopo la catastrofe materiale della seconda guerra con distruzione di case, strade, ponti, ferrovie e... persone. Che è venuta dopo la catastrofe economica degli anni pre seconda guerra che è venuta dopo la ipercrescita USA che ha fatto seguito alla prima...................però cavoli, possibile che non vi vada mai bene niente!? Arriva finalmente un giovane pieno di energie che vuole spenderle per fare qualcosa e tutti giù a criticare prima ancora che incominci! Certo, forse non si rende del tutto conto (è tanto giovane!) del fatto che si è cacciato in un ingarbugliatissimo garbuglio. Difficile da risolvere con ottanta euro in più a quelli che il posto ce l’hanno ancora. Ma diamogli un minimo di credito e di sostegno vivaddio! E aspettiamo almeno un paio di mesetti per vedere quello che succede. Vi pare?


Vivaddio, siamo perfettamente d’accordo! Che sia ben chiaro: il fatto che dopo molti, troppi decenni di sostanziale immobilismo, arrivi qualcuno che dice di voler fare qualcosa per mettere a posto l’Italia è, di per sè ed in quanto tale, una cosa ottima! Per il momento la ventata di energetica, giovanile freschezza, sembra aver spazzato via il plumbeo, opaco, depresso panorama creato degli insigni, ossequienti, un poco grigi, o inconcludenti predecessori. Su questo non ci piove e non possiamo che rallegrarcene. Ma attenzione carissimo Zorro. Non facciamo gli ingenui. Ne abbiamo già viste di cotte e di crude. Troppe. Provare un minimo di diffidenza, in una situazione del genere, è normale. Logico. Conseguente. Salutare. Non dimenticarti che c’è stato qualcun’altro che, non moltissimo tempo fa, ha lanciato proclami rivoluzionari per sistemare l’Italia e "ghe pensi mi" a ripetizione, per poi doversi rimangiare tutto. Perfino i titoli. Quindi sana diffidenza carissimo! E non per partito preso, sia ben chiaro, ma perchè, nel recentissimo novello caso di proclami salvifici, gli elementi per nutrire più di un dubbio ci sono tutti e sono oggettivi.
Quindi veniamo al punto 2. Ti facciamo di seguito un piccolo elenco di quelli che potrebbero essere definiti:

2. Motivati elementi di sana perplessità

Non ci addentreremo nel labirinto minato dei dettagli tecnico-numerici relativi ai provvedimenti, per ora soltanto annunciati. Basta ed avanza l’ immane valanga di notizie, a volte contradditorie, riportate dai media. Ci limitiamo a far notare la propensione del Novello Premier alla matematica binaria basata sui numeri uno e zero. Meno 10% IRAP. Meno 10% costi energia. Taglio IRPEF per 10 miliardi di euro a vantaggio di 10 milioni di italiani occupati. Che fanno 1000 euro cadauno. 10 miliardi per rimettere a posto la scuola, nel senso di edifici scolastici. 100 giorni di lotta per cambiare la Pubbblica Amministrazione, il Fisco e la Giustizia. Può essere che la cosa abbia un qualche significato recondito?
In ogni caso cercheremo di concentrarci sull’essenziale evitando, se possibile, di perderci in dettagli minori.

a. Annunci verbali
Non ogni parola vale allo stesso modo, verissimo, cionondimeno siamo ancora, per ora, nella realtà virtuale, estremamente volatile, del linguaggio verbale. Che il neo Primo Ministro padroneggia con estrema, determinata disinvoltura. Tra il dire ed il fare c’è però di mezzo, di questi tempi, il Grande Mare Oceano. Colpisce l’altisonante azzardo degli annunci. Può essere un sintomo di forza ma anche di debolezza. L’eccessiva sicurezza verbale, qualsiasi impresa ci si accinga a compiere, non è mai stato un buon segnale ai fini del risultato fattuale da conseguire. In particolare di fronte ad una navigazione difficile e pericolosa. Meglio sarebbe prudente cautela verbale e maggiore profondità di analisi dei problemi.

b. Personalismo
Possiamo davvero pensare che la questione inerisca semplicemente alla determinazione di una singola persona nel voler affrontare e risolvere una enorme serie di intricati problemi, oppure l’intricatissimo garbuglio nel quale ci troviamo è oggettivamente di difficilissima soluzione? E, se del caso, quanto può, in circostanze del genere, l’elemento puramente soggettivo della grintosa determinazione di un singolo, per quanto Premier e per quanto determinato? L’ingloriosa fine della rivoluzione liberale annunciataci dal predellino non dovrebbe insegnarci qualcosa? Per restare a tempi recenti.

c. Avevamo capito male?
Ci sembrava di aver capito che a partire dagli anni ottanta - novanta del secolo scorso l’economia occidentale e particolarmente quella dei paesi "deboli", come il nostro, andasse progressivamente avviluppandosi in una perniciosa crisi di (non)crescita. Nella quale l’imprescindibile esigenza di ridurre l’astronomico debito pubblico, caricando di tasse imprese, lavoratori e cittadini pensionati e non, faceva, e fa, letteralmente a pugni con l’altra imprescindibile esigenza: quella di rilanciare i consumi per far ripartire la crescita. Ci sembrava di aver capito che questa fosse la maligna contraddizione di fondo sistemica, tuttora irrisolta, che ha inchiodato più di un governante sulle politiche di austerità mentre ci sarebbe stato e ci sarebbe bisogno, al contrario, di cittadini con tanti soldi da spendere per consumare! Ma evidentemente abbiamo capito male. Possiamo diminuire le tasse. Aumentare gli stipendi. E, si badi bene senza assolutamente aumentare il debito pubblico. I soldi ci sono. Vivaddio diresti tu, carissimo Zorro, ma dove diavolo sono? Dove diavolo erano? Ma allora D’Alema, Prodi, il Cavaliere ed il suo Ministro Tremonti, per non parlare di Monti e di Letta semplicemente non li hanno visti? I soldi che c’erano? La possibilità di far quadrare facilmente il cerchio maligno? Possiamo prenderla per buona? Come dici giustamente tu, delle due l’una: o qualcuno ce l’ha raccontata prima o qualcun’altro ce la sta raccontando adesso. Nell’un caso, come nell’altro, siamo messi decisamente non bene.

d. Sottovalutazione
Una sintesi ragionata dei concetti contenuti nei tre precedenti paragrafi potrebbe innescare la seguente domanda-ipotesi: non è che, per caso, Renzi stia gravemente sottovalutando la natura e la portata dell’ingarbugliatissimo garbuglio nel quale si è coraggiosamente ficcato?

e. Auto-sopravvalutazione
Definizioni quali "Grande Piano di portata Storica" ci sembrano decisamente esagerati se teniamo presente la evidente sfasatura tra
-la portata e natura dei problemi sul tappeto da un lato
-quello che non va oltre un insieme di "misure" o "provvedimenti", per quanto "impacchettati" dall’altro.
Alcune "misure" non possiedono, per loro natura, l’ampio respiro strategico che un Grande Piano di portata Storica dovrebbe, e forse addirittura potrebbe, avere. Una volta che le parole vengono sganciate dalla realtà reale possono venir sganciate anche dal loro significato e quindi essere adoperate per millantare qualsiasi cosa.

f. Assenza di respiro strategico.(visione del futuro)
Se per respiro strategico intendiamo quello che deve essere inteso. Vale a dire, ben al di là di qualsivoglia "misura" dentro l’attuale modello di (non)crescita, un abbozzo, anche solo un abbozzo, di un nuovo e diverso modello di crescita del quale avremmo bisogno se volessimo davvero uscire dal pantano della decrescita.....infelice. (Vedi in questo stesso blog il post "Manca lavoro??" e "Creare lavoro o...posti di lavoro?). Rete ferroviaria efficente, organica, di qualità, economica, su scala regionale anzichè ancora strade ed automobili. Per esempio. Coordinamento delle coincidenze ferroviarie anzichè velocissime frecce multicolori non interconnesse con la rete regionale. Per esempio. Città vivibile anzichè ancora case. Ciclabilità dei centri urbani anzichè ancora automobili. Città e cittadine giardino dall’aria pulita e frizzante anzichè traffico, medicine e malattie. Messa a frutto e salvaguardia del patrimonio forestale anzichè abbandono e degrado. Salvaguardia del territorio anzichè cementificazione. Agricoltura capillare su scala locale anzichè Expo 2015. Salvaguardia e valorizzazione del patrimonio artistico culturale anzichè areoporti inutili. Buon cibo nutriente, sano e nostrano anzichè disumani mega allevamenti - lager per animali. Energia pulita e rinnovabile dalle maree e dal ciclo dell’acqua. Riciclo integrale dei rifiuti anzichè pestilenziali discariche a cielo aperto. E così via. Solo per fare qualche esempio tra i tantissimi che si potrebbero fare.

Insomma un nuovo e diverso modello di crescita basato non sulle quantità ma sulla qualità.

Qualità significa progetto esistenziale individuale e collettivo, progetto economico subordinato e funzionale al progetto esistenziale, elaborazione democratica partecipata, condivisione, lavoro gratificante nella realizzazione di progetti economici a finalità sociale e culturale, piena occupazione, riduzione del tempo-lavoro, risparmio energetico, vera economicità, regola d’arte, circondarsi di bello e di utile. E altro. Che poi avrebbe grandi e positive ricadute anche sul piano strettamente economico.
Allora sì che potremmo parlare di Grande Piano Strategico di portata Storica! Vivaddio! Come dici tu carissimo Zorro! Una delle poche cose sicure in questi tempi di grandi incertezze è che i nostri bis-nipoti ci daranno degli emeriti, imbelli....imbecilli!

g. Totale assenza di analisi
Non cresciamo perchè non si consuma. Non si consuma perchè i cittadini non hanno soldi da spendere. I cittadini non hanno soldi da spendere perchè sono disoccupati o sottopagati e in più salassati dal fisco. I cittadini sono disoccupati perchè le imprese chiudono o delocalizzano. E sono salassati perchè bisogna far tornare i conti pubblici. Le imprese chiudono perchè non vendono. E non vendono perchè....non si consuma. Ergo: per tornare a crescere dobbiamo.......... rilanciare i consumi......
Tutto qui. Da dove e perchè inizia il garbuglio resta un mistero. Un bel circolo chiuso dal quale sarà ben difficile uscire restandoci.... dentro. Magari aumentando un poco pochino lo stipendio dei cittadini che non hanno ancora, per ora, perso il posto di lavoro. Una vera analisi alla ricerca delle vere ragioni per le quali l’economia si è bloccata non viene nemmeno tentata. Non si pò e non si deve parlarne! Di più. Il problema non esiste. Ci ritorneremo sopra nel finale cercando di capire il perchè e come mai di tutto questo.
 
(continua)



Quarta ed ultima puntata 25 marzo 2014
 
h. Lievi contraddizioni interne
Sia tra i singoli provvedimenti annunciati. sia interne alla logica che ad essi è implicitamente sottesa.
Da una parte provvedimenti a carattere "espansivo" come i 10 miliardi in busta paga a dieci milioni di occupati, dall’altra a carattere "recessivo" come aumenti di tasse sul risparmio, sui carburanti o drastici tagli alla spesa pubblica (85.000 esuberi!).
La sensazione è che ci sia:

1. una evidente sproporzione tra l’entità, molto consistente, delle "uscite" (provvedimenti di rilancio) e quella, piuttosto striminzita, delle "entrate" (le famose "coperture");

2. una evidente contraddizione intestina tra provvedimenti "espansivi" e "recessivi";

3. comunque un problema di dubbia efficacia dei provvedimenti "espansivi".

Per esempio: benissimo i dieci miliardi per dieci milioni di soli occupati ma....quale efficacia può avere questo provvedimento, ammesso che venga attuato, se pensiamo che i dati ISTAT marzo 2012 davano quasi 23 milioni di occupati (più del doppio dei beneficiandi) per 2,5 milioni di disoccupati con un aumento del 2,7% rispetto al mese di febbraio 2012.? O che il tasso di disoccupazioe, sempre alla stessa data tra i 15-24 enni era del 36%!? Ed infine, ammesso che vengano aumentati gli stipendi di fascia medio-bassa di 80 euro mensili, questo sarà sufficiente a produrre il "balzo" nei consumi del quale avremmo bisogno per "ripartire"?
In questo senso il neo Premier si trova a dover risolvere un doppio probema:

1. riuscire ad attuare quello che ha annunciato
ma non solo

2. fare in modo che i provvedimenti sortiscano gli effetti desiserati
il che non è detto.

Ricordiamoci del deludentissimo precedente del governo Prodi nel 2007: riduzione del "cuneo" per 7,5 miliardi; 60% a favore delle imprese; 40% a favore dei lavoratori; risultato nessuno. Le aziende non investirono, gli occupati non se ne accorsero. I disocupati e i pensionati di bronzo, ma anche d’oro, nemmeno.

Per ora la questione di fondo è, ci sembra, il reperimento delle famose "coperture" (soldi) per l’attuazione concreta delle "misure" finalizzate, questa l’intenzione, al rilancio dei consumi e quindi dell’economia.. Per evitare di "togliere" con una mano quello che viene "dato" con l’altra, le strade sono soltanto due. Prima strada: aumentare il già enorme Debito Pubblico. Ma questo purtroppo, non si può fare. Non mancano critiche alla "rigidità europea" e gli appelli per lo sforamento ma, per ora è una strada impraticabile. Seconda strada: diminuire drasticamente la spesa pubblica. Impresa ardua e di difficilissima attuazione. Non solo per le "resistenze" degli interessi consolidati, ma per ragioni di ordine struttural-sistemico (vedi paragrafo elle).
Resta una terza strada. Quella un poco gigionesca di togliere di qua per mettere di là, prendendo tempo e facendo credere che di rovesciamento, addirittura storico, si tratti.

l. Sullo stile e la squadra.
Qui facciamo parlare qualcuno che ne sa molto, ma molto più di noi. Si tratta di Luca Ricolfi su "La stampa" di domenica 16 marzo 2014. Vale la pena di reperire l’articolo per leggerselo integralmente.

"Per certi versi Renzi è leggermente peggio dei suoi predecessori, perchè mai nessuno ha fornito così poche informazioni sui contenuti e i dettagli dei propri provvedimenti; per altri versi è invece leggermente meglio, perchè non nasconde dietro una patina di serietà e obiettività la natura promozionale del proprio messaggio........... Da un ragazzo che da anni studia da premier, e ha avuto tutto il tempo di informarsi e diventare adulto, mi sarei aspettato uno sbarco al governo ben più attrezzato: più attrezzato di piani dettagliati,, disegni di legge, squadre di esperti. Mi sarei aspettato ministri più competenti e preparati, meno lottizzati fra partiti e correnti di partito. Se Renzi si rendesse conto davvero di quanto è complessa l’Italia (e inoltre volesse cambiarla), non avremmo assistito ad una conferenza stampa in cui nessun annuncio importante è accompagnato da norme e numeri precisi............ Rispetto ai governi passati, rispetto all’immobilismo gattopardesco del ceto politico della seconda Repubblica, Renzi ha effettivamente una marcia in più, e non solo nello stile. Di questo bisogna dargli atto. Però questo suo continuo parlare di rivoluzione, questo presentare come rivoluzionarie mosse simboliche (l’asta delle auto blu) o normali scelte di politica economica, piene di incertezze e di effetti collaterali, appare davvero fuori misura." (Luca Ricolfi "La stampa" domenica 16 marzo 2014)

i. Irap-Irpef: un vago sentore di populismo.

"Puntare sull’Irpef voleva dire dare un po’ di soldi a chi ha già un lavoro, e raggiungere subito 20-25 milioni di elettori. Puntare sull’Irap voleva dire dare un pò di ossigeno alle imprese e alle partite Iva, ma anche creare qualche posto di lavoro per chi un lavoro non ce l’ha. Fra la scelta tradizionale che guarda prevalentemente alla "società delle garanzie", e quella innovativa che guarda prevalentemente alla "società del rischio", Renzi alla fine ha scelto la strada più facile, quella degli sgravi Irpef, che gli garantiva in un colpo solo la benevolenza della Cgil e un maggiore dividendo elettorale per il PD alle elezioni europee:" (Luca Ricolfi "La stampa" domenica 16 marzo 2014)

l. Il durissimo osso della spesa pubblica.
Sulla carta le possibilità sembrano tre:
1.Tagliare spese senza, di fatto, "razionalizzare".
Sembrerebbe la logica dei cosiddetti tagli "lineari". Una pessima scelta. Da una parte fa sicuramente risparmiare soldi da destinare alle "coperture". Dall’altra produrrebbe proteste e recessione (meno soldi che girano, 85.000 (!!) esuberi, più disoccupazione, meno consumi). Dall’altra ancora lascerebbe intoccata l’altissima inefficienza burocratico-amministrativa.
2."Razionalizzare" veramente senza tagliare spese.
Sembrerebbe poco fattibile. Primo: perchè bisogna tagliare se si vogliono avere le famose "coperture". Secondo: difficile immaginare la possibilità reale di razionalizzare veramente (efficienza) un apparato che della complicazione, delle lungaggini, della inefficienze e della disorganizzazione ha fatto il proprio motivo di esistenza. Terzo: difficile immaginare una vera razionalizzazione senza drastici tagli di spesa. Per il personale e non.
3.Tagliare spese e contemporaneamente razionalizzare.
Sarebbe l’ideale per risparmiare da un lato, avere le coperture dall’altro, e contemporaneamente rendere efficiente, snella e veloce la Pubblica Amministrazione. A parte il fatto che in settori come la scuola o la sanità è un poco difficile migliorare la qualità tagliando sui costi, resta il fatto centrale che sarebbe andare a mettere le mani nella super-tana di un coacervo di interessi e privilegi, costituiti e consolidati da tempi immemorabili. Non è difficile immaginare le potentissime, estesissime, inviperite reazioni.

Ma non basta. La carovana dei carrozzoni, così com’è, oltre a garantire consenso al manovratore è comunque un enorme giro di soldi che poi vengono spesi per.... ..consumare. Quindi ridurre, risparmiare, razionalizzare, spendere meno e meglio, sono cose che malissimo si addicono ad un modello di crescita basato proprio sull’indebitamento pubblico e privato, sullo spreco, sul consumo per consumare, sullo spendere e spandere soldi, non importa per che cosa e perchè. Quindi un serio intervento del genere andrebbe incontro, ci sembra, oltre a fortissime resistenze "soggettive", a oggettivi effetti collaterali "perversi" di ordine "recessivo".

Tutto questo configura la questione della Spesa Pubblica come un intricatissimo rebus non facilmente risolvibile. E, forse, non risolvibile punto e basta.

m. Agire: arma a doppio taglio.
Proprio il dato, indubbiamente positivo, della fortissima carica energetica indirizzata ad un minimo di cambiamento può trasformarsi in un boomerang. Perchè? Ci sembra che il nostro Paese si regga da almeno mezzo secolo su un ingarbugliatissimo, delicatissimo, precario, funambolesco "equilibrio" instabile ma, paradossalmente, estremamente consolidato. Non sarà davvero un caso, pensiamo, che si sia dovuto aspettare così tanto per veder comparire un Primo Ministro con la voglia di dare un minimo di scossa. Ipotizziamo che l’immobilismo profondo che ha caratterizzato per molti decenni lo scenario italiano sia dovuto al fatto che andare a toccare il delicatissimo, consolidato garbuglio, possa provocarne rapidamente il collasso. Persino l'ex Cavaliere, nonostante i proclami rivoluzionari, si è sostanzialmente astenuto dall’agire. Mettere mano per tentare seriamente di cambiare qualcosa dell’originalissimo impasto tra spesa allegrissima, indebitamento, consumismo, spreco, corruttele, malaffare, delega, menefreghismo, clientelismo, qualunquismo, particolarismi corporativi, buona volontà mal indirizzata, rare eccellenze, affarismo, superficialità, pressapochismo, sciatteria, demotivazione, assenza sistematica di visione progettuale e molto altro di questo tipo, sul quale si "regge" l’intricato, consolidato ma delicatissimo equilibrio instabile di tipo sociale, economico e culturale di cui sopra, potrebbe produrre ancor più problemi di quanti non ne risolva. In ultima analisi aggravare la situazione. Pensiamo che questa ipotesi potrebbe spiegare parecchie cose "inspiegabili". In quali forme precise la situazione potrebbe aggravarsi, non è dato per ora sapere. Quello che possiamo ragionevolmente immaginare è che si tratterà, se del caso, di venti di tempesta. In ogni caso il tentativo di dare una scossa è, di per sè, molto salutare. Era ora.


n. Per concludere: assiomi & tabù ovvero l’indicibile.
L’edificio concettuale del nostro neo Primo ministro -ma non solo suo- si regge su un assioma: l’economia non gira perchè sono calati i consumi. Insomma, la crisi è una crisi da scarsità di domanda. Quindi per far ripartire l’economia è necessario rilanciare i consumi. E per rilanciare i consumi è necessario che i cittadini abbiano tanti più soldi in tasca. Fin qui il detto. Poi il sottinteso: I cittadini avranno tanti soldi in più in tasca e troveranno lavoro ben retribuito quando....l’economia sarà ripartita. Proviamo, per ora, a darne un poco pochino in più agli occupati e...speriamo. Come si può notare non si tratta di una vera analisi ma di una constatazione che non va oltre la pura e semplice descrizione di un circolo chiuso e vizioso. Così facendo restiamo, e resteremo, prigionieri del classico insolubile dilemma. Più uova per avere più galline o più galline per avere più uova?
Ci permettiamo qui di avanzare una pura ipotesi che, se verificata, si rivelerebbe letteralmente sconvolgente. E se il problema fosse tutt’altro? Se la vera questione fosse che abbiamo troppe galline che producono troppe uova? E che non riusciamo più a mangiarne, di galline e di uova, perchè abbiamo fatto indigestione? In altre parole la sconvolgente ipotesi sarebbe questa: all’origine dell’arresto della crescita non ci sarebbe la caduta della domanda ma, viceversa, un eccesso di offerta.

La parola magica è: sovrapproduzione. Ovvero produzione eccessiva rispetto alle possibilità di assorbimento del mercato. L’ipotesi non è del tutto campata per aria ma ha fondamento storico.

Proviamo a fare un altro ragionamento partendo da qui.
1.
L’eccesso di produzione, che tutti possiamo constatare ogni giorno ed in qualsiasi campo -basta guardarsi intorno- ad un certo punto determina un calo delle vendite.
2.
Il calo delle vendite determina calo dei profitti di chi produce e quindi contrazione di tutto il resto. Dagli investimenti alla occupazione, ai redditi, ai consumi.
3.
L’inflazione aiuta la contrazione dei consumi. Teniamo presente che, per esempio, dall’introduzione dell’euro ad oggi l’aumento dei prezzi relativi a beni di base quali latte, carne e pane hanno subito aumenti tra il 100 ed il 200 per cento con punte del 267 per cento. (fonte G.A.Stella Prima pagina radio tre mese di febbraio 2014)
4.
Viene studiato di tutto, ma proprio di tutto, nella speranza di far tirare ancora un mercato che tira sempre di meno. Dall’usa e getta alla estrema delicatezza di ogni congegno che per giunta non può essere riparato, agli incentivi per rottamare anche il seminuovo al continuo sfornare nuovi modelli di tutto, alle inutili diavolerie varie che ogni giorno vengono partorite nella speranza di...vendere ancora e...ancora di più.
5.
Ma, tutto questo spreco non basta. Lo strumento numero uno per drogare il mercato è: indebitamento. Privato e pubblico. Se per comperare, e quindi far vendere, ci vogliono soldi e i soldi non ci sono o non ce ne sono abbastanza, possiamo.... spenderli lo stesso indebitandoci e......sperando di averli un domani.
6.
Se, come spessissimo accade specie in tempi di scarsa crescita, domani i soldi per pagare i debiti contratti non ci sono, cominciano i crack, i default o fallimenti finanziari, e non, che dirsivoglia. In qualsiasi campo, di qualsiasi tipo ed a qualsiasi livello.
7.
I crack finanziari, in questa ipotesi, sarebbero quindi non tanto la causa ma l’inevitabile conseguenza- sintomo del blocco economico originato dalla "banalissima" questione che la capacità produttiva, in regime industriale, finisce sistematicamente per essere terribilmente sovradimensionata rispetto alla capacità di assorbimento del mercato. La cosa, lo ripetiamo, non è bizzarramente fantasiosa ma ha fondamento storico e fattuale. Così si spiega, per esempio la perversa dinamica dei famosi mutui subprime la cui vera origine stà nella realtà reale: aver costruito troppe case rispetto ai reali bisogni ed averle adoperate come motore di "sviluppo" e fonte di pura speculazione monetaria. Chiaramente i fallimenti finanziari, più o meno piccoli, grandi ed enormi, si avvitano fatalmente con le vere cause prime determinando, una buona volta, la fine della crescita.

Ma non lasciamoci prendere la mano e fermiamoci qui. Per ora.

Speriamo semplicemente di aver contribuito ad avviare una sano dibattito sulla cruciale questione, occulta ed occultata. Discussione alla quale invitamo i cittadini, economisti e non, a partecipare.
Una cosa però va ancor detta prima di lasciarci. Come mai e perchè di tutto questo, sebbene "banale" e sotto gli occhi di tutti quotidianamente, si evita accuratamente di parlare? Mistero nel mistero? Anche per questo abbiamo una ipotesi. Ancor più sconvolgente, se possibile della precedente. Si evita accuratamente di parlarne perchè il solo parlarne metterebbe automaticamente in discussione il modello di crescita quantitativa (vedi puntate precedenti) finora seguito. E persino, forse, i fondamenti stessi sui quali si basa il modello socioeconomico nel quale viviamo. E questo, per una serie di sacrosante, motivatissime e comprensibilissime ragioni, è proprio quello che non si vuole fare. E qui il cerchio è davvero chiuso. Carissimo, impagabile, romantico Zorro!

Se le cose stessero in questo modo potremmo sperare di toglierci dal circolo chiuso e vizioso soltanto:
1.
Incominciando a parlare dei veri motivi per i quali non "cresciamo".
2.
Incominciando a pensare un modello di "crescita" (forse bisognerà trovare un’altra parola) non più basato sulle quantità (di più e sempre di più) ma sulla qualità (meglio e sempre meglio).
Perlomeno così a noi pare, carissimo Zorro!
(fine)

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